Pechino lancia l’offensiva del turismo sanitario: una risonanza a 65 euro contro i 2.000 degli Usa. Gli ospedali aprono reparti internazionali tra prezzi stracciati e tempi record
La Cina ha aperto un nuovo mercato. Non esporta merci: importa malati. Nel 2025 i reparti internazionali dei grandi ospedali cinesi hanno registrato 1,3 milioni di accessi di pazienti stranieri, il 74% in più rispetto a tre anni prima, dati della commissione sanitaria nazionale cinese. Pechino e Shanghai sono i due centri di questo turismo sanitario emergente. La sola Shanghai ha designato 22 strutture pubbliche per i pazienti internazionali. La ragione che spinge i pazienti non è la curiosità per la medicina tradizionale cinese. È l’aritmetica. Una risonanza magnetica in Cina costa 65 euro. In un ospedale statunitense supera i 2.000 euro. Un esame cardiaco completo vale 70 euro a Shanghai; per uno statunitense senza copertura assicurativa la forchetta è tra 9.000 e 18.000 euro. Sui social media circolano video in cui stranieri mostrano i loro scontrini ospedalieri cinesi. Il caso più citato riguarda una blogger britannica, nota come Amie. Soffriva di dolori allo stomaco da quasi due anni. Il National Health Service, il servizio sanitario nazionale del Regno Unito, non era riuscito a garantirle una visita specialistica in tempi accettabili. Ha preso un aereo per Pechino. Il primo giorno ha visto uno specialista. In dodici giorni: anamnesi, esami del sangue, elettrocardiogramma, gastroscopia e referto. Conto finale: circa 370 euro. La stessa sequenza in una clinica privata britannica sarebbe costata oltre 5.000 euro.
Il fattore tempo non riguarda solo il Regno Unito. A novembre 2025 il sistema sanitario inglese aveva 7,3 milioni di pazienti in lista d’attesa, secondo la House of Commons Library, la biblioteca di ricerca del parlamento britannico. L’obiettivo di trattare il 92% dei pazienti entro diciotto settimane dalla prescrizione non viene rispettato dal 2016. In Italia, secondo i dati del ministero della Salute, l’attesa media per una visita specialistica supera i quattro mesi; per una risonanza magnetica o una TAC si arriva, in alcune regioni, a un anno. Nel 2024, 5,8 milioni di italiani hanno rinunciato alle cure, secondo l’Istat. Il dato è in crescita, ma non esistono ancora rilevazioni ufficiali per il 2025.
Per Eurostat il 4% dei cittadini europei adulti riferisce bisogni medici insoddisfatti. In Estonia la quota sale al 12,9%, con le liste d’attesa come causa principale. In Cina lo specialista si vede il giorno stesso. Le analisi del sangue sono pronte in poche ore. Una gastroscopia si prenota per il giorno dopo. Xie Yijiong, accademico dell’Università di Pechino, sottolinea che la strategia cinese punta a “espandere i servizi transfrontalieri in modo pianificato, garantendo sempre l’accesso ai pazienti nazionali”. Per legge, i reparti internazionali negli ospedali pubblici non possono superare il 10% della capacità totale della struttura. I medici degli ospedali di primo livello, le strutture di eccellenza concentrate nelle grandi metropoli, hanno spesso completato parte della formazione all’estero. Molti parlano inglese. Il livello di specializzazione nei centri urbani maggiori è paragonabile a quello degli ospedali universitari europei.
Quanti siano i veri turisti medici, cioè stranieri che arrivano in Cina appositamente per curarsi, è difficile stabilirlo. Cai Qiang, presidente di Saint Lucia Consulting, agenzia specializzata in turismo medico transfrontaliero, stima la cifra in meno di diecimila. La grande maggioranza del milione e trecentomila censiti dalla commissione sanitaria sono stranieri già residenti nel Paese, expat che si rivolgono ai reparti internazionali come farebbero in qualsiasi altra città. Il fenomeno reale è più contenuto di come circola sui social. Ma la direzione è inequivocabile. I prezzi applicati agli stranieri non sono quelli del paziente cinese. La tariffa di registrazione può essere fino a dieci volte superiore, gli esami dodici volte più cari. Rimane però competitiva rispetto all’Europa e al Nordamerica.
La lingua è il principale ostacolo pratico. L’ospedale universitario di Pechino a Shenzhen ha formato un team di 86 volontari che coprono quindici lingue. Il visto turistico permette trenta giorni di permanenza: poco per chi deve recuperare da un intervento chirurgico.
I pagamenti internazionali e le coperture assicurative restano problemi aperti. Pechino ha comunque accelerato. Il governo cinese ha inserito la sanità internazionale tra le priorità del piano d’azione 2026 del Consiglio di Stato, il governo centrale. Ha istituito zone pilota come la zona franca sanitaria di Boao Lecheng, sull’isola di Hainan, dove si possono usare farmaci e dispositivi medici non ancora approvati nel resto del Paese. Ha aperto a ospedali interamente a gestione straniera in nove regioni. E ha semplificato l’ingresso: i cittadini di quasi cinquanta nazionalità, tra cui gli italiani, possono entrare senza visto per soggiorni fino a trenta giorni. La politica è gratuita e non richiede domanda preventiva.
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