A cinquant’anni dalla scomparsa un libro ripercorre l’opera e il pensiero del visionario regista de Il Gattopardo
Il 17 marzo 1976 si spegneva a Roma Luchino Visconti, uno dei più grandi registi del Novecento. Cinquant’anni dopo, la casa editrice Gremese annuncia la pubblicazione per fine marzo del volume ‘Tutto Visconti’, inaugurando di fatto l’Anno di eventi dedicato al Maestro. Curato da Jean A. Gili e Piero Spila, con una prefazione di René de Ceccatty, il libro è un viaggio a tutto tondo nell’universo creativo del regista. Trentanove autori tra studiosi, critici e giornalisti italiani e francesi hanno lavorato per offrire una mappa completa della sua eredità artistica, che spazia dal cinema al teatro, fino alla lirica. Delineando anche lo spaccato di un uomo dalla personalità complessa, cresciuto tra gli sfarzi di una delle famiglie più blasonate d’Italia, i Visconti di Modrone, e soprannominato ‘il conte rosso’ per le sue simpatie verso il partito comunista.
Un viaggio nell’universo viscontiano
La struttura del volume è pensata per essere fruibile sia dallo studioso che dall’appassionato di cinema. Dopo una serie di saggi introduttivi, il cuore del libro è un dizionario antologico in ordine alfabetico. Dalla A alla Z, si snodano voci dedicate ai film, naturalmente. Ma anche agli spettacoli teatrali, alle regie operistiche, ai collaboratori storici e agli incontri che ne hanno segnato la carriera. Scorrendo le pagine, si passa dalla voce ‘Ossessione’, il suo primo capolavoro che infranse le regole del cinema fascista, a ‘Il Gattopardo’, l’affresco epico che gli valse la Palma d’Oro a Cannes. E poi ancora, i nomi di Jean Renoir, il maestro francese da cui imparò il mestiere, e degli attori feticcio come Burt Lancaster e Marlene Dietrich. Il tutto accompagnato da un ricco apparato di immagini che restituisce visivamente la potenza delle sue messe in scena.
L’aristocratico che scelse la lotta di classe
Parlare di Luchino Visconti significa confrontarsi con un paradosso umano e artistico che pochi hanno saputo incarnare con altrettanta coerenza. Nato nel 1906, figlio di un conte milanese e di una madre americana, crebbe in un ambiente privilegiato tra la Scala, ville rinascimentali e precettori privati. Eppure, negli anni Quaranta abbracciò con convinzione il marxismo, si iscrisse al Partito Comunista Italiano e fondò, con ‘Ossessione’ (1943), il neorealismo. Questa doppia anima, lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. Lui stesso amava definirsi autore di un “neorealismo di un nobile”. Da un lato, dirigeva ‘La terra trema’ (1948) ad Aci Trezza, facendo recitare veri pescatori per raccontare con autenticità la loro miseria; dall’altro, allestiva set lussuosissimi, come per ‘Senso’ (1954), dove ogni mattina faceva disporre fiori freschi.
Nel Gattopardo il tramonto di un’epoca
Il capolavoro che forse meglio di ogni altro sintetizza la poetica viscontiana è ‘Il Gattopardo’. Uscito nel 1963, il film è una riflessione malinconica e spettacolare sul cambiamento, sul declino dell’aristocrazia e sull’ascesa di una nuova borghesia. Per realizzarlo, trasformò Palermo e le sue dimore storiche in un gigantesco palcoscenico, con quel celebre ballo finale di quasi un’ora che resta una delle sequenze più memorabili della storia del cinema. La lavorazione fu complessa e costosa, e la scelta di Burt Lancaster nel ruolo del Principe di Salina, doppiato in italiano, fece discutere. Ma il risultato fu un affresco perfetto, capace di rendere visivamente la frase “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Con questo film, Visconti toccò l’apice della sua arte, un equilibrio sublime tra la sua origine aristocratica e la sua visione lucida e disincantata dei meccanismi del potere e della storia.
Il testamento artistico di un gentiluomo
Il suo impegno politico non fu mai di facciata: nel dopoguerra fu anche arrestato per le sue idee, ma il suo status gli permise comunque di continuare a finanziare e dirigere opere di denuncia sociale. Basti pensare a ‘Rocco e i suoi fratelli’ (1960), pugno nello stomaco sullo sfruttamento e l’emigrazione interna. La sua omosessualità non fu però mai accettata dal Partito e gli ultimi anni di vita furono segnati dalla malattia che non gli impedì di girare ‘L’Innocente’ (1976). Morì pochi mesi dopo la prima del film, chiudendo un cerchio artistico che aveva rivoluzionato il linguaggio cinematografico. ‘Tutto Visconti’ ha il merito di restituire l’uomo e l’artista in tutte le sue sfaccettature. Un aristocratico che flirtava con la rivoluzione, un visionario esigente e allo stesso tempo capace di gesti di grande gentilezza. Durante le riprese de ‘La terra trema’, a corto di fondi e con i pescatori in difficoltà, riuscì a strappare loro lacrime autentiche per poi, a Natale, regalare diamanti alle attrici del cast. A cinquant’anni dalla morte, il suo cinema rimane un punto di riferimento imprescindibile, e questo nuovo libro rappresenta la guida perfetta per riscoprirlo.
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