Bianca Pitzorno ci guida ne La sonnambula. Ritratto di una Sardegna dove la “magia” era una forma estrema di sopravvivenza e libertà
La sonnambula, l’ultimo romanzo di Bianca Pitzorno, ci conduce nel cuore pulsante di una Sardegna di fine Ottocento, sospesa tra rigore positivista e antiche suggestioni. Al centro Ofelia Rossi, una figura magnetica e complessa che si guadagna da vivere come medium. Ma quella di Ofelia non è solo una storia di misteri e predizioni; è il ritratto di una donna che sfida i pregiudizi di una società profondamente maschilista per conquistare la propria indipendenza. Attingendo agli archivi storici e a ricordi familiari, Pitzorno costruisce un raffinato gioco di specchi tra realtà e finzione, tra scienza e superstizione.
Bianca, benvenuta: da quale archivio, reale o della memoria, è emersa la figura di Ofelia?
Questa storia non mi sarebbe mai venuta in mente se non mi fosse caduto lo sguardo sulla pubblicità della ‘Rinomata Sonnambula’, che scoprii esercitare a Sassari in una strada vicina alla casa della mia famiglia, dove in quegli anni viveva una delle mie bisnonne. Mi sono chiesta chi andasse a consultarla e quali erano ‘gli argomenti’ sui quali veniva interrogata. Gli aneddoti familiari e le ricerche di Enrico Costa mi hanno fornito moltissimi dettagli utili a ricostruire la trama e l’atmosfera.
Nel prologo lei chiarisce che il termine, all’epoca, indicava una medium o sensitiva in grado di predire il futuro in trance. Perché ha scelto proprio questa figura, così legata al mistero e alla suggestione, come lente per osservare la società borghese sarda di fine Ottocento?
Io ho studiato all’Università di Cagliari con Ernesto De Martino, la cui assistente, Clara Gallini, si interessava tra molte altre cose di magnetismo, e che in proposito scriverà nel 1983 un bel saggio intitolato La sonnambula meravigliosa. Questi studi mi hanno aiutato a non considerare il magnetismo qualcosa legato al mistero e alla suggestione, ma piuttosto all’empatia che permette di capire a fondo i problemi degli altri. La sonnambula poi non l’ho scelta, mi è venuta a cercare lei dalle pagine di quel giornale.
Fin dalle prime pagine incontriamo l’avvocato Antonio Soro, che guarda con scetticismo la moglie Angelica mentre si reca, quasi clandestinamente, dalla sonnambula. È una donna alla ricerca di risposte che la ragione e l’istruzione (inusuale per una donna del tempo) non sanno darle.
Angelica Soro non è in cerca di risposte, ma di sfogo. In un’epoca in cui non si andava ancora a raccontare i propri sogni allo psicoanalista, lei che sogna molto, ha bisogno di raccontare i propri sogni a qualcuno che li ascolti con interesse e di conversare con una persona intelligente e colta, visto che le sue parenti e amiche hanno ricevuto un’istruzione molto scarsa.
Ofelia, la protagonista, soffre fin dall’infanzia di attacchi misteriosi che i medici liquidano come ‘isteria’. Attraverso Ofelia, lei sembra voler esplorare quella zona grigia dove la patologia medica si intreccia con una sensibilità che il mondo razionale non riesce a catalogare.
Oggi fortunatamente la medicina più evoluta, quella olistica, non considera il corpo umano solo come una macchina, ma riconosce il legame strettissimo tra la condizione generale del corpo, quella dei singoli organi e lo stato della mente.
Ofelia è una donna che vive un isolamento sofferto ma necessario per il suo lavoro. Pur operando in un ambito considerato superstizioso, la vediamo agire con una certa autonomia economica e sociale. Possiamo considerare Ofelia una figura di emancipazione “sui generis” per la Sardegna dell’epoca?
Ofelia vive isolata perché non deve farsi rintracciare dal marito che la ucciderebbe. Non è superstiziosa, ma molto razionale, come dimostra l’episodio della ‘fattura’ o malocchio, a cui non dà alcuna importanza. Dai racconti della mia famiglia ho notizia di molte altre donne ‘emancipate’ per quegli anni, anche diverse mie antenate. Il punto dirimente, come purtroppo anche oggi, è la disponibilità economica. Una donna che non dispone di sufficiente denaro, ereditato o guadagnato con un buon lavoro, non può dirsi emancipata.
In uno dei capitoli (intitolato Ritorno dal futuro), l’autrice interviene direttamente dichiarando di “creare, capitolo dopo capitolo, tutta la storia”. Cosa l’ha spinta a rompere la “quarta parete” narrativa per ricordare al lettore (e alla protagonista stessa) che il destino di Ofelia è nelle mani della sua creatrice?
È un espediente narrativo che mi piace molto; l’ho ammirato e ‘copiato’ da alcuni autori latino americani come Josè Donoso. Così come mi piace rivolgermi ogni tanto direttamente al lettore, come facevano gli autori dei romanzi popolari dell’Ottocento.
Ofelia costruisce le sue visioni anche attraverso lo studio meticoloso dei giornali e della cronaca dell’epoca. Questo tema della “costruzione della verità” tramite l’informazione sembra molto attuale; voleva suggerire un parallelismo tra le tecniche di una medium dell’Ottocento e la manipolazione delle notizie dei giorni nostri?
No. Poiché in effetti Ofelia non è una vera medium ma finge di esserlo; per lei l’informazione è essenziale per rendersi credibile alle sue ‘clienti’. Ma, in fin dei conti, io volevo soltanto scrivere una bella storia verosimile. Non avevo intenzione di suggerire esempi, parallelismi né di lanciare messaggi. Ritengo che compito del narratore sia il narrare e niente di più.
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