Le strategie per salvare la città lagunare: dal MoSE ai super argini fino all’ipotesi estrema del ricollocamento nell’entroterra
Gli effetti del climate changing sulla Serenissima rappresentano un caso limite, un laboratorio a cielo aperto per ogni località costiera del mondo a livello del mare, dalle Maldive ai Paesi Bassi. Uno studio su Scientific Reports ha provato a tracciare il destino della città utilizzando i dati più aggiornati dell’IPCC, il gruppo di esperti delle Nazioni Unite sul clima. Le conclusioni sono che le misure attuali non basteranno per sempre. Negli scenari più estremi, l’unica via percorribile potrebbe essere un trasferimento pianificato di abitanti e persino dei monumenti più celebri.
Un ecosistema già sotto pressione
Venezia non è soltanto una città. Con una laguna di 550 chilometri quadrati forma un ecosistema unico al mondo, tanto da essere inserita nel 1987 tra i Patrimoni dell’Umanità UNESCO come «un tutto inseparabile». Ospita una biodiversità preziosa, attività di pesca e acquacoltura. E genera ogni anno un indotto turistico di oltre due miliardi di euro, con più di 22 milioni di visitatori. Eppure, nonostante questa straordinaria vitalità, la città si svuota: dagli oltre 170mila abitanti degli anni Cinquanta, oggi i residenti sono meno di 50mila. In tale contesto si inserisce la pressione del cambiamento climatico. Negli ultimi 150 anni le inondazioni sono diventate sempre più frequenti, e 18 dei 28 eventi considerati estremi si sono verificati tutti negli ultimi 23 anni. Un’accelerazione che dipende sia dall’innalzamento globale dei mari, sia dall’abbassamento del suolo veneziano, che sprofonda di circa un millimetro l’anno per cause naturali. E per l’eredità delle attività umane del Novecento, come il prelievo di acqua dal sottosuolo, pratica oggi vietata.
Il MoSE non sarà per sempre
Dal 2022 Venezia dispone di uno scudo tecnologico: il MoSE, acronimo di Modulo Sperimentale Elettromeccanico. Si tratta di un sistema di barriere mobili che, nei giorni di marea eccezionale, si sollevano dal fondale per chiudere le tre bocche di porto della laguna. Ha dimostrato di funzionare, ma la sua efficacia rischia di essere superata dagli eventi. Con il progredire del cambiamento climatico le chiusure necessarie diventeranno sempre più frequenti, compromettendo l’equilibrio ecologico della laguna e la sostenibilità del sistema nel lungo periodo. Per questo gli scienziati hanno tracciato tre percorsi di adattamento, avvertendo che agire con anticipo è «essenziale»: opere di questa portata richiedono infatti tra i 30 e i 50 anni solo per essere realizzate.
Tre scenari possibili
Il primo scenario prevede la costruzione di dighe tradizionali nel caso in cui il livello del mare superi i 50 centimetri rispetto a oggi. Soglia che potrebbe essere raggiunta entro il 2100 anche nelle previsioni più ottimistiche sulle emissioni. Il costo stimato oscilla tra 500 milioni e 4,5 miliardi di euro. Il secondo scenario contempla la chiusura permanente della laguna con un cosiddetto «super argine», un terrapieno largo e rinforzato capace di resistere a un innalzamento dell’acqua fino a dieci metri. Un’opera con costi iniziali che potrebbero superare i 30 miliardi di euro, ma che garantirebbe una protezione strutturale e duratura. Il terzo scenario è drammatico. Con un innalzamento superiore ai 4,5 metri – livello atteso non prima del 2300 in caso di collasso della calotta glaciale antartica – l’unica soluzione sarebbe trasferire città, abitanti e monumenti storici verso l’entroterra. Un’operazione valutata fino a 100 miliardi di euro, e soprattutto una ferita culturale difficilmente rimarginabile.
«Non esiste essuna strategia ottimale»
A coordinare la ricerca è il professor Robert Nicholls del Tyndall Centre for Climate Change Research dell’Università dell’East Anglia. Le sue parole non lasciano spazio a facili ottimismi: «La nostra analisi mostra che non esiste una strategia ottimale per Venezia. Qualsiasi approccio scelto dovrà conciliare molti fattori: il benessere e la sicurezza dei residenti, la prosperità economica, il futuro degli ecosistemi della laguna, la tutela del patrimonio e le tradizioni della regione». Nicholls sottolinea che Venezia non è un caso isolato, ma il simbolo globale di una sfida che riguarda tutti: dalle Maldive ai Paesi Bassi, le aree costiere basse di tutto il mondo si troveranno presto a fare i conti con gli effetti del cambiamento climatico. E sulla Serenissima aggiunge con realismo: «Nessuna misura di adattamento può mantenere nel lungo periodo la Venezia che vediamo oggi».
L’azione del cambiamento climatico
Venezia sorge su una laguna costiera poco profonda, esposta alle maree e ai venti di scirocco che, soffiando da sud, spingono le acque dell’Adriatico verso nord. Quando la mareggiata si somma alla marea alta, le inondazioni diventano devastanti, come accadde nel novembre 2019: l’acqua raggiunse quasi 187 centimetri, causando due vittime e danni per centinaia di milioni di euro, con conseguenze gravi anche per la Basilica di San Marco. Il cambiamento climatico accelera e amplifica tutto questo. Lo scioglimento dei ghiacciai e la dilatazione termica degli oceani – che si espandono man mano che si scaldano – alzano il livello del mare su scala planetaria. Venezia, nel frattempo, continua ad abbassarsi lentamente, rendendo il divario tra terra e acqua sempre più difficile da colmare.
Serve coraggio
Le conclusioni dello studio pesano sul futuro della città lagunare, già provata dal cambiamento climatico. L’unico vero salvagente, ribadiscono gli scienziati, sarebbe una mitigazione rapida e aggressiva delle emissioni di gas serra. Ridurre la CO₂ oggi significa guadagnare decenni preziosi per Venezia, magari evitando gli scenari peggiori. Ma intanto la pianificazione deve iniziare subito. Non si può decidere dall’oggi al domani di chiudere una laguna con dighe alte dieci metri o di smontare la Basilica di San Marco pietra dopo pietra. Servono decenni di studi, accordi internazionali, investimenti. E soprattutto servono cittadini informati, che capiscano che la questione Venezia e il cambiamento climatico non riguarda solo gli italiani. Riguarda il modo in cui l’umanità intera sceglie di convivere con un pianeta che cambia.
TUTTE LE ULTIME NOTIZIE SU SPAZIO50.ORG
© Riproduzione riservata
