Dall’adulterio femminile al fine vita, dalla libertà di stampa al cognome materno: sette decenni di pronunce che hanno ridisegnato diritti e libertà degli italiani. Oggi le celebrazioni al Quirinale con il presidente Mattarella.
Settant’anni fa, la prima udienza
Era il 23 aprile 1956 quando, a Palazzo della Consulta, si tenne la prima udienza pubblica della Corte costituzionale. Un appuntamento atteso da anni: la Costituzione era entrata in vigore il 1° gennaio 1948, ma erano servite due leggi costituzionali e una ordinaria prima che la Corte diventasse davvero operativa.
Quel giorno, i giudici costituzionali emisero la sentenza numero 1, cancellando alcune norme del Testo unico di Pubblica sicurezza ereditate dal codice penale fascista, disposizioni che imponevano rigidi controlli sulle attività dei partiti politici e dei sindacati. La Corte le dichiarò in contrasto con l’articolo 21 della Costituzione, quello che sancisce la libertà di manifestare il proprio pensiero. Da quel momento, tutto cominciò.
Oggi, a settant’anni esatti da quella prima storica udienza, la Corte celebra il suo anniversario con una cerimonia al Quirinale, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, a cui viene presentata una grande opera di ricognizione della giurisprudenza costituzionale: quindici volumi digitali, curati dai giudici dell’attuale Collegio, pubblicati anche in versione cartacea da Treccani e in digitale da Giuffrè Lefebvre. Un’opera omnia che ripercorre settant’anni di sentenze suddivise per aree tematiche, dalle libertà civili alla tutela dell’ambiente, dal lavoro alla giustizia penale.
Oltre 4mila pronunce di incostituzionalità
Dal 1956 al 2025, la Corte costituzionale ha esaminato complessivamente 20.139 giudizi sulle leggi. Di questi, ben 4.124 si sono conclusi con una sentenza di illegittimità costituzionale: norme cancellate, modificate, sostituite o addirittura create ex novo per colmare un vuoto normativo intollerabile.
Attraverso la Corte sono passati 125 giudici, che si sono avvicendati nella sua composizione mista: cinque nominati dal presidente della Repubblica, cinque eletti dal Parlamento in seduta comune, cinque dalle supreme magistrature. Una formula pensata all’Assemblea costituente per garantire equilibrio e indipendenza.
Settant’anni sono molti. E in sette decenni l’Italia è cambiata, e la Corte ha spesso anticipato o accompagnato quei cambiamenti, spingendo il legislatore a fare ciò che non riusciva o non voleva fare da solo.
Le sentenze che hanno ridisegnato la società italiana
Alcune delle pronunce più significative riguardano i diritti delle donne e il diritto di famiglia — ambiti in cui la distanza tra la società reale e le norme vigenti è stata a lungo abissale. Nel 1960, la sentenza 33 aprì alle donne le carriere pubbliche: fino ad allora, una legge del 1919 le escludeva da tutti gli uffici che implicassero l’esercizio di diritti politici. Fu quella pronuncia ad aprire la strada alla legge del 1963 che consentì alle donne l’accesso alla magistratura e alle cariche pubbliche.
Ancor più clamorosa, a guardarla con gli occhi di oggi, la vicenda dell’adulterio. Nel 1961 la Corte aveva dichiarato legittima la punizione del solo adulterio femminile, a tutela dell’unità familiare. Sette anni dopo, con la sentenza 126 del 1968, i giudici fecero marcia indietro: affermarono la parità dei coniugi e, nel 1969, riconobbero la natura discriminatoria di un reato che colpiva solo la moglie e non il marito. La questione del cognome materno ha invece impiegato più tempo. Nel 1988 la Corte aveva ancora dichiarato legittima l’automatica attribuzione del cognome paterno ai figli; nel 2006 la definì «retaggio di una concezione patriarcale della famiglia»; solo nel 2022, con la sentenza 131, dichiarò incostituzionale quell’automatismo.
Sul fronte della salute riproduttiva, la sentenza 27 del 1975 riconobbe l’illegittimità del delitto di aborto quando la gravidanza metteva a rischio la vita o la salute della madre. Quasi quarant’anni dopo, la sentenza 162 del 2014 dichiarò illegittimo il divieto di fecondazione eterologa per chi soffre di sterilità assoluta e irreversibile. E nel 1971, anni prima che il tema diventasse argomento di dibattito pubblico, la Corte aveva già affermato la liceità delle attività di divulgazione sugli anticoncezionali.
Lavoro, carcere, fine vita
Le conquiste non si sono fermate ai decenni del boom. La Corte ha continuato a intervenire su questioni delicatissime anche in tempi recenti, spesso sopperendo alla lentezza o all’inerzia del Parlamento.
Sul fine vita, le sentenze 242 del 2019 e 135 del 2024 hanno stabilito i requisiti per accedere al suicidio assistito: patologia irreversibile, sofferenze intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e piena capacità decisionale del paziente. Lo hanno fatto, lo sottolinea la stessa Corte, «nella prolungata assenza di una legge che regoli la materia». In tema di carcere, la sentenza 10 del 2024 ha dichiarato illegittimo il divieto assoluto di colloqui affettivi senza controllo a vista per i detenuti, riconoscendo anche dentro le mura il diritto all’affettività. In precedenza, nel 2022, era stata cancellata la censura sulla corrispondenza dei detenuti al 41-bis con i propri difensori, giudicata lesiva del diritto alla difesa.
Sul lavoro, già nel 1974 la Corte aveva stabilito che la libertà di sciopero non può essere compressa se non a tutela di interessi di rilievo costituzionale, e che l’esercizio di quel diritto non può mai costituire causa legittima di licenziamento. Nel 2013 il riconoscimento del diritto al congedo per chi assiste un familiare disabile convivente. Nel 2020 l’abbassamento da sessanta a diciotto anni della soglia di età per gli incrementi alla pensione di inabilità degli invalidi civili totali: una discriminazione eliminata con notevole ritardo, ma eliminata.
Sette decenni di sentenze, un solo filo conduttore
C’è qualcosa di singolare nel guardare questa lunga sequenza di pronunce: molte delle battaglie che oggi sembrano ovvie. Il diritto di una donna a fare il magistrato, la libertà di non essere sterile per legge, il diritto di non essere spiato mentre scrivi al tuo avvocato dal carcere, hanno richiesto decenni di attesa, ricorsi, resistenze.
La Corte costituzionale non è un organo politico, non governa e non legifera. Ma nel corso di settant’anni ha esercitato una funzione che va oltre la tecnica giuridica: ha tenuto in vita la Costituzione come testo vivo, applicabile, capace di produrre effetti concreti sulla vita delle persone.
Quei 4.124 verdetti di incostituzionalità non sono solo numeri in un archivio. Sono storie di persone che hanno aspettato, di diritti che hanno tardato ad arrivare, e alla fine sono arrivati.
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