La genesi di “Ladies and Gentlemen” attraverso le oltre cinquecento Polaroid scattate alle modelle del Gilded Grape di New York. L’esposizione ferrarese svela l’artista imprenditore e l’intuizione che anticipò l’ossessione contemporanea per i social
Per l’inaugurazione organizzò un “happening”: fece apporre dei manifesti della mostra sui varchi di passaggio e li attraversò, squarciandoli. Poi, siglò un pannello verde su cui disegnò una lattina di zuppa Campbell’s. Avrete capito che il protagonista di questi gesti trasgressivi e provocatori è Andy Warhol (1928-1987), presente a Palazzo dei Diamanti di Ferrara per la sua mostra, Ladies and Gentlemen, nel 1975.
Vittorio Sgarbi, che lo incontrò «con l’entusiasmo di un giovane» nelle sale dello storico palazzo, lo ricorda «con la sua chioma bianchissima e l’intuizione, anticipatrice di tutti i social, di girare con un registratore al collo per avere memoria di ogni incontro, di ogni dialogo, come in un prolungamento dell’Ulisse di James Joyce, per un archivio sonoro. Era il 1975, alla fine di ottobre, in occasione della mostra, storica e mondanissima, voluta a Palazzo dei Diamanti da Franco Farina.
Grazie a Farina, direttore della Galleria Civica d’Arte Moderna dal 1963 al 1993, Ferrara divenne la prima capitale italiana dell’arte contemporanea». Quella celebre esposizione, incentrata su una delle serie più intense di Andy Warhol, dedicata alle ‘drag queen’ di New York, è riproposta ora nella stessa sede che la ospitò mezzo secolo fa. Curata da Chiara Vorrasi, l’esposizione non vuole solo essere il remake di una mostra storica, ma indaga e approfondisce alcuni aspetti di quella mostra e della produzione dell’artista, con un particolare affondo sul ritratto e sull’autoritratto warholiano attraverso una straordinaria selezione di oltre 150 opere provenienti da musei e collezioni europei e statunitensi.
Fu il gallerista torinese Luciano Anselmino a proporre a Farina di esporre la serie che lui stesso aveva commissionato all’artista (per un compenso di quasi un milione di dollari). Warhol aveva incaricato i suoi collaboratori più stretti di reclutare le modelle presso il Gilded Grape, un locale notturno nelle vicinanze di Times Square, noto punto di riferimento per la comunità queer afroamericana e latinoamericana. Le modelle, per un compenso di 50 dollari, si presentarono alla Factory – una fabbrica, una vera e propria azienda più che uno studio, testimonianza del ruolo di imprenditore di Warhol – e vennero fotografate dall’artista di Pittsburgh, che realizzò così oltre cinquecento Polaroid di quattordici diverse modelle, catturandone l’esuberanza e la teatralità innata. Da quelle immagini Warhol ha poi realizzato, stendendo su tela colori acrilici, 268 dipinti.
Convinto che «nel futuro ognuno avrà il suo quarto d’ora di celebrità», il “Raffaello della società di massa americana”, secondo una celebre definizione di Achille Bonito Oliva, aveva già esplorato i miti della società dello spettacolo, a partire dall’immagine ripetuta di Marylin, capace di condensare gli ideali contemporanei della bellezza, della seduzione e della fama in una icona immateriale che resiste al tempo, fino ai ritratti di Liz Taylor, Jackie Kennedy, Mao, Robert Mapplethorpe e Grace Jones. Tuttavia, nella serie degli anni Settanta, Warhol presentava in anteprima mondiale un ciclo dedicato ad anonime drag queen afro e latinoamericane. Rivolgendosi per la prima volta a soggetti anonimi e marginalizzati, focalizzava l’attenzione sull’individuo, sulla sua identità e sulla sua rappresentazione.
Così, spiega Vorrasi, «il guru dell’estetica tecnologica, l’alfiere dei mezzi di riproduzione meccanici, come la serigrafia, si lascia andare in un corpo a corpo con la pittura per dare un volto e una identità a questi soggetti che rinviano a sottoculture urbane, offrendo anche a loro la vetrina di celebrità».
La mostra ferrarese riscosse un successo inatteso e venne prorogata fino a gennaio 1976. Nel catalogo si poteva leggere uno degli ultimi testi di Pier Paolo Pasolini, tragicamente ucciso il 2 novembre 1975, che leggeva nelle pose reiterate di Ladies and Gentlemen una riedizione in chiave contemporanea dell’iconicità dell’arte ravennate.
Il titolo della mostra era (ed è) preso in prestito da un live dei Rolling Stones (per i quali Warhol aveva progettato l’iconica copertina di Sticky Fingers, con i mitici “jeans incernierati”) e richiama l’annuncio che viene dato a teatro a inizio spettacolo.
Alla fine del percorso espositivo si presenta una spettacolare selezione di autoritratti, rivelando come l’artista abbia considerato il proprio volto un vero proprio campo di sperimentazione. «Nelle opere degli anni Settanta – spiega la curatrice – la fisionomia si sublima nel solo profilo, o si moltiplica e si sovrappone fino a diventare illeggibile, mentre nei capolavori degli anni Ottanta si cela sotto un pattern mimetico o si proietta su un fondo nero come un’apparizione spettrale: emblematico in tal senso è il monumentale acrilico proveniente da Monaco». «Mi dicono sempre che sono come uno specchio – scriveva -. Ma se uno specchio si guardasse allo specchio cosa mai potrebbe vedere?». Warhol parlava in entrambe le direzioni, perché uno specchio riflette all’infinito un’immagine, ma se un’immagine non c’è, riflette all’infinito il vuoto. «Sono sicuro che finirò per guardarmi allo specchio e non vedere niente», concludeva l’artista.
(dal numero della rivista 50&Più Giugno)
ANDY WARHOL. Ladies and Gentlemen
Ferrara, Palazzo dei Diamanti
fino al 19 luglio 2026
www.palazzodiamanti.it
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