Vorrei condividere una lettera sconcertante. Mi è arrivata col postino e, già di per sé, questo fatto è una rarità. Era una busta di carta azzurrina. Non era una bolletta né una multa, era proprio una lettera. Dentro ci stavano quattro fogli piegati con cura.
Vi ricopio le prime righe: “Cara signora Ravera, non ho letto il suo libricino sull’orgoglio di essere vecchi, anche se mia figlia me l’ha regalato per il Natale dell’anno scorso. L’ha scoperto domenica , ritrovandolo intonso ma nascosto nella cassettiera, dove tengo la biancheria. È arrivata in cucina dove stavo lavando l’insalata, sventolandomelo sotto il naso con una certa furia. ‘Scommetto che non l’hai neanche aperto!’ – ha detto -, e io ho confessato: la Ravera che tu ami tanto a me non piace”.
Il gentiluomo che non mi ama ha 87 anni, ha fatto per tutta la vita il copy in una agenzia pubblicitaria, è pensionato e sta invecchiando ‘male’.
Parola di sua figlia, che invece mi ama molto. E che ha cazziato suo padre.
Perché vi racconto questa storia? Perché vorrei soffermarmi sul Terzo tempo dei maschi. Il mio non-lettore, senza avermi letta, mi accusa di essere consolatoria. La vecchiaia a lui fa schifo, tuona nella seconda parte della lettera, fatichi per qualsiasi cosa: legarti le scarpe, uscire dalla vasca, ascoltare tua moglie che ancora non ha smesso di provare a cambiarti, dopo 56 anni di faticosa convivenza.
La vecchiaia è noiosa, scrive il mio non-lettore. Si lamenta perfino della primavera. Dice che le ragazze vanno in giro con le braccia nude, con l’ombelico in vista, coi calzoncini di jeans molto corti. Dice, e se ne duole, che i giovani hanno tutto: bellezza, futuro, salute, mentre “noi vecchi” non abbiamo più niente, neanche denti abbastanza sani da poter mordere il torrone.
Il mio orgoglio di aver vissuto sarebbe un pannicello caldo applicato a una immensa ferita sanguinante. L’immensa ferita sarebbe, temo, la condizione umana.
Vogliamo lamentarci di quella?
“Tutto ciò che è vivo invecchia e muore”, grida allegra dal palcoscenico del teatro Alessandra Faiella, nel monologo tratto dal mio contestato Age Pride. Lo fa cantare come uno slogan anche al pubblico in sala. Tutti in piedi, chi ridendo e chi piangendo.
Perché il limite va accettato, ma senza cedere alla rassegnazione. Senza usare la nostra umanissima condizione di esseri mortali per smettere di vivere in attesa della fine.
Al mio non-lettore consiglio di andare a teatro a vedere Prima del temporale, con la regia di Massimo Popolizio, recitato da un signore ben più anziano di lui, Umberto Orsini (92 anni). Tiene la scena con un’energia sorprendente. Ha la grazia di un fauno, il possesso della professione d’attore, che soltanto 60 anni di teatro ti consentono, e un senso dell’umorismo implacabile che gli permette di raccontare la sua lunga vita di bello (le foto di gioventù testimoniano un’avvenenza fuori del comune) e i suoi molti amori con donne magnifiche (una delle gemelle Kessler, Silvia Koscina, Rossella Falk), senza risultare nemmeno per un attimo vanitoso o compiaciuto.
Avere una lunga vita dietro può nutrire lo sterile esercizio del rimpianto oppure il piacere diffuso del ricordo. È tutto nutrimento per il presente, quello che hai fatto/sognato/realizzato/ imparato nel passato.
Ti rende forte e unico, perché hai vissuto e vivi ancora. Finché c’è vita si vive.
Quando ci sei tu, non c’è la morte, quando c’è la morte, non ci sei tu. O no?
Agli uomini, poi, non viene nemmeno chiesto di essere ‘carini’, freschi e disponibili, sorridenti e accomodanti. Gli uomini possono essere ‘più grandi’, maturi, anche vecchi (chi non accetterebbe un dopocena con Umberto Orsini?). Nessuno pretende che siano per tutta la vita belli come erano a vent’anni.
I loro corpi si evolvono e poi si guastano, cambiano dimensioni, perdono capelli, ingrassano, fanno il collo taurino, hanno un problema all’anca, camminano male, disarmonici, claudicanti, hanno macchie sulle mani e borse sotto gli occhi, ma se non hanno dimenticato l’arte di farti un complimento, se sanno ancora sorridere e farti sorridere, chi di noi, si aspetterebbe altro? Chi di noi non si accontenterebbe?
Gli uomini che sanno guardare indietro per andare avanti sono pochi, meno delle donne capaci del medesimo miracolo, ma proprio per questo sono richiestissimi.
Purtroppo anche dalle più giovani.
Perciò, caro non-lettore, puoi continuare a non amarmi, ma non a lamentarti: voi maschi non dovete lottare con l’estetica di Barbie dai 12 ai 90 anni. Potete essere anche gobbi, senza che il vostro fascino evapori. Quindi lamentarsi, se si è maschi, è un esercizio di cui non abusare.
Sennò mi arrabbio e colpisco il mio non-lettore con il cofanetto dell’opera omnia: 36 libri. Tutti da non leggere.
(dal numero della rivista 50&Più Giugno)
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