C’è un filo sottile che lega l’Italia degli Anni ’70 a quella dei nostri giorni. Un filo fatto di inquietudini energetiche, rincari e la necessità che il futuro vada programmato – in raccordo con l’Europa – con risorse diversificate e sostenibili. Rileggere quel decennio oggi non significa solo ricordare un’epoca di particolari difficoltà ma di straordinaria intensità culturale e sociale. Significa anche guardarsi in uno specchio che rimanda immagini sorprendentemente familiari.
Sono quelle del 1973: le domeniche dell’austerity. Per fare fronte allo shock petrolifero provocato dalla guerra arabo-israeliana dello Yom Kippur, il governo decretò il blocco totale della circolazione privata nei giorni festivi e la chiusura anticipata di locali pubblici e negozi.
Le autostrade deserte trasformate in piste per biciclette e i treni presi d’assalto non erano solo una misura d’emergenza. Furono il primo, brusco risveglio dal sogno del boom economico e la scoperta che il benessere occidentale poggiava su fondamenta energetiche fragili perché troppo dipendenti da Paesi esteri e dunque esposte alle criticità geopolitiche globali.
Oggi, care amiche e cari amici, non abbiamo le strade svuotate per decreto, ma la vulnerabilità strategica è la stessa. Le continue crisi internazionali, le transizioni ecologiche e i costi per famiglie e imprese ci rimettono di fronte allo stesso identico problema: come far correre un Paese se l’alimentazione del motore dipende da fonti esterne, instabili e costose? Le “domeniche a piedi” di ieri, oggi sono diventate i mercati energetici fluttuanti, la ricerca urgente di nuove rotte di approvvigionamento e la necessità di ripensare le scelte sul nucleare.
Ma la vera analogia risiede nell’atmosfera psicologica del Paese. Gli Anni ’70 provocarono la “grande inflazione”, che svalutava il lavoro e costringeva le famiglie a una costante rincorsa. Oggi l’economia reale è più solida, tuttavia si trova a fare i conti con stipendi mediamente bassi e con la perdita del potere d’acquisto. E tutto questo aumenta quel senso di incertezza e sfiducia che colpisce soprattutto i più giovani.
Se i ragazzi degli Anni ’70 esprimevano il dissenso nelle piazze con una conflittualità ideologica e talvolta drammatica, i giovani di oggi lo declinano spesso in una disillusione silenziosa o in una fuga all’estero. Col risultato che il nostro Paese sta vivendo la denatalità più elevata della sua storia.
L’Italia contemporanea possiede, però, anticorpi istituzionali ed economici più robusti rispetto ad allora. Eppure, la lezione resta valida. L’austerity degli anni Settanta ha portato una prima, pionieristica riflessione sulla nostra fragilità energetica e sull’esigenza di cercare nuove soluzioni.
Ed è per questa ragione che – nel numero di giugno – abbiamo voluto fare un salto indietro nel tempo di qualche decennio. Perché gli Anni ’70, con le loro crisi e le loro intuizioni, hanno ancora molto da insegnare a un’Italia che cerca la sua rotta nel XXI secolo. Buona lettura.
(dal numero della rivista 50&Più Giugno)
Foto di Daniel Megias per Shutterstock
© Riproduzione riservata
