Cantautore, attore, scrittore e drammaturgo: una vita intera a costruire un’arte personale e irripetibile, tra ottave in rima, cinema d’autore e satira.
La voce di David Riondino non si dimentica
C’è una parola, nella lingua di David Riondino, che racchiude tutto: sgurz. Lui stesso la spiegava come una scintilla improvvisa dell’ispirazione, un polline portato dal vento di primavera. Non è una parola del vocabolario comune, eppure chiunque l’abbia sentito recitare, cantare o improvvisare in rima sa esattamente di cosa si tratta. Quella scintilla era lui.
Riondino si è spento domenica 29 marzo nella sua casa di Roma, all’età di 73 anni, dopo una lunga malattia che non era riuscita a fermarlo del tutto: aveva continuato a salire sul palco fino allo scorso Natale.
Le sfide poetiche con Benigni e Guccini
Nato a Firenze il 10 giugno 1952, Riondino cresce immerso nei circoli culturali della sinistra toscana, dove la parola e la musica non sono ornamento ma strumento.
Nelle case del popolo degli anni Settanta, su palchi improvvisati e tra tavolate collettive, affina un’arte antichissima: l’improvvisazione in ottava rima, quella costruita su endecasillabi sul modello dell’Orlando Furioso di Ariosto. È lì che si confronta, giovanissimo, con Roberto Benigni e Francesco Guccini in duelli poetici “a braccio” che diventeranno leggendari. La capacità di inventare versi al volo, di far ridere, sorprendere e persino commuovere, era già allora qualcosa di raro.
Nei primi anni Settanta fonda il Collettivo Victor Jara, cooperativa di teatro, musica e animazione intitolata al cantautore cileno assassinato dopo il golpe di Pinochet. Con il collettivo incide due dischi per i circoli Ottobre: Collettivo Victor Jara (1974) e Non vi mettete a spingere (1975). Per un decennio lavora anche come bibliotecario alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze; un dettaglio che dice molto su un uomo che con i libri aveva un rapporto viscerale.
Nel 1979, con l’etichetta Ultima Spiaggia, esce il primo album solista, semplicemente intitolato David Riondino. Pochi mesi prima aveva aperto i concerti della tournée di Fabrizio De André con la Premiata Forneria Marconi, e Patrick Djivas e Franz Di Cioccio avevano suonato nel disco d’esordio. Un battesimo notevole, per chiunque.
Dalla musica alla televisione
Gli anni Ottanta lo portano su più fronti contemporaneamente. Pubblica Boulevard (1983) e Tango dei Miracoli (1986), illustrato da Milo Manara. Scrive Maracaibo, interpretata da Lu Colombo nel 1981 con un successo enorme, e la sigla Africa per la sitcom Zanzibar. Parallelamente collabora come verseggiatore satirico con riviste di controcultura come Tango, Cuore, Linus, Comix e Il Male.
La televisione arriva alla fine del decennio, e Riondino la affronta a modo suo: inventando personaggi. Il più amato è Joao Mesquinho, improbabile cantautore brasiliano che diventa ospite fisso del Maurizio Costanzo Show su Canale 5. Nel 1994 conduce con Daria Bignardi A tutto volume su Italia 1, programma dedicato ai libri che incarna perfettamente quella sua capacità di tenere insieme cultura alta e intrattenimento popolare. Partecipa anche a Banane su Telemontecarlo nel 1992 e più volte a Quelli che il calcio.
Una filmografia d’autore
A teatro Riondino è a suo agio come in nessun altro posto. Nel 1987 lavora con Paolo Rossi in Chiamatemi Kowalski e La commedia da due lire, poi collabora con Sabina Guzzanti. Dal 1997 nasce un sodalizio lungo e fecondo con Dario Vergassola: insieme portano in scena I Cavalieri del Tornio, Todos Caballeros, La traviata delle Camelie e affrontano in chiave scenica l’Odissea e il Morgante del Pulci, riportando la grande poesia narrativa a un pubblico che spesso non la frequentava.
Nel 2003 fonda a San Mauro Pascoli il festival Il giardino della poesia, dedicato alla poesia narrativa e alle letture illustrate, manifestazione che è sopravvissuta e ancora continua.
Anche il cinema gli ha riservato pagine importanti. È nel cast di La notte di San Lorenzo dei fratelli Taviani (è lui il fascista Giglioli trafitto dalle lance nell’immagine iconica del manifesto) e recita in Maledetti vi amerò di Marco Tullio Giordana, Kamikazen di Gabriele Salvatores, Ilona viene con la pioggia di Sergio Cabrera e Cavalli si nasce di Sergio Staino. Nel 2011 è la voce narrante di Amici miei — Come tutto ebbe inizio di Neri Parenti. Come regista firma Cuba Libre, velocipedi ai Tropici (1997) e una serie di documentari sugli improvvisatori in versi cubani; uno di questi, Il Papa in versi, vince nel 2016 il premio del festival Cinema e Spiritualità di Terni.
Libri, radio e la Scuola dei Giullari
Come scrittore ha pubblicato Rombi e Milonghe (Feltrinelli, 1986), Sgurz (Nottetempo, 1994), Il Trombettiere (Magazzini Salani, 2016) con cento illustrazioni di Milo Manara, e Sussidiario (Castelvecchi, 2019). Nel 2024, pochi mesi prima di spegnersi, pubblica ancora versi in terza rima sulla rivista Poesia di Feltrinelli. Per Rai Radio3 ha realizzato Il dottor Djembé con Stefano Bollani, Umana cosa (2013) su Boccaccio e Ma dimmi chi tu se’ (2021) su Dante.
Negli ultimi anni aveva fondato l’Accademia dell’Ottava per recuperare la tradizione del contrasto in ottava rima, e aveva appena avviato la Scuola dei Giullari, un progetto formativo sulla composizione di canzoni tra oralità popolare e cultura contemporanea. Un’impresa incompiuta che resta come traccia concreta di un uomo che non smetteva di costruire, anche quando il tempo stringeva.
Si era dato da solo la definizione che preferiva: giullare. Non senza ragione. Un giullare, come lui stesso sembrava sapere, con una sottile vena di tristezza nascosta nel sorriso.
Il ricordo di Sabina Guzzanti
Tra i tanti messaggi arrivati nelle ore successive alla notizia, uno ha colpito più degli altri. Sabina Guzzanti — con cui Riondino aveva condiviso anni di lavoro tra cinema e teatro — ha pubblicato su Instagram una vecchia fotografia che li ritrae insieme al ristorante. Nessun lungo discorso. Soltanto una frase, diretta e sincera: “Io e te siamo stati fantastici”.
Il post ha raccolto quasi 40mila like in poche ore. Nei commenti si sono ritrovati Dario Vergassola, Corrado e Caterina Guzzanti, Paola Turci, Piero Pelù. Vergassola, che con Riondino aveva costruito uno dei sodalizi teatrali più riusciti degli ultimi trent’anni, ha scritto solo due parole: “Che disastro.” E in quelle due parole c’era tutto il peso di una perdita che va oltre l’amicizia. “Se ne va un genio” è stato il commento unanime di chi lo ha seguito nel tempo, sui social come nelle sale.
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