Dal benessere alla giustizia, passando per il clima: un bilancio a cinque anni dalla scadenza degli impegni presi con le Nazioni Unite
Il 2030 non è più un orizzonte lontano, ma una scadenza concreta che incombe e l’Italia, a guardare i dati, si trova in una posizione scomoda: non del tutto ferma, ma non abbastanza veloce. Il Rapporto dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) 2025 e il Rapporto SDGs (Sustainable Development Goals) dell’Istat fotografano con precisione lo stato di avanzamento del nostro Paese rispetto ai 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030, il programma adottato dall’ONU per guidare il mondo verso uno sviluppo equo e sostenibile. Il quadro che emerge è quello di un Paese frammentato, con alcune eccellenze e molte lacune, in cui la direzione è spesso giusta ma il passo troppo lento.
A livello globale, solo il 18% degli obiettivi dell’Agenda 2030 è sulla buona strada. Un fallimento collettivo che pesa su ogni Paese firmatario, e che già dice molto sul modo in cui il mondo ha saputo onorare gli impegni presi nel 2015. L’Italia non fa eccezione, e in certi ambiti fa anche peggio della media europea; eppure, qualcosa si muove.
Partiamo con le buone notizie, perché tre obiettivi mostrano progressi significativi nell’ultimo anno: istruzione, parità di genere e azione per il clima. Le politiche di transizione energetica stanno iniziando a dare frutti concreti e la parità di genere avanza: il divario occupazionale tra uomini e donne si restringe, tanto che le proiezioni lo indicano tra gli obiettivi raggiungibili entro il 2030. Bene sia l’economia circolare, con il tasso di riciclo dei rifiuti urbani proiettato verso un confortante 60%, che l’agricoltura biologica, la cui superficie coltivata è ormai vicina al target del 25%. Anche la copertura internet a banda ultralarga procede spedita e si avvia a coprire tutte le famiglie entro la scadenza.
Ma la lista delle criticità è più lunga, e più pesante. Sei obiettivi su diciassette sono peggiorati nell’ultimo anno: alimentazione, salute, risorse idriche, disuguaglianze, ecosistemi terrestri e partnership internazionale.
La salute è un caso emblematico: nonostante un sistema sanitario tradizionalmente apprezzato, gli indicatori segnalano criticità crescenti, tra liste d’attesa insostenibili, carenza di personale e una spesa pubblica che non tiene il passo dei bisogni reali. Le disuguaglianze territoriali restano una ferita aperta che nessun governo ha ancora saputo arginare davvero, e il divario tra Nord e Sud si ripercuote su salute, istruzione, lavoro, opportunità. Sul fronte idrico, la dispersione nelle reti italiane rimane tra le più alte d’Europa, producendo un danno infrastrutturale che fa perdere ogni giorno milioni di metri cubi d’acqua preziosa in un Paese sempre più esposto alla siccità. Anche gli ecosistemi terrestri soffrono: il consumo di suolo, pur rallentato, non si è fermato, e la protezione delle aree naturali resta insufficiente rispetto agli standard richiesti.
C’è poi il tema delle disuguaglianze strutturali, quelle inerenti alla sfera sociale e geografica, che attraversa quasi ogni ambito. L’Italia si posiziona sotto la media europea in undici obiettivi su diciassette, tra cui povertà, istruzione, lavoro, città sostenibili e giustizia. Il tasso di occupazione, atteso al 78% dall’Agenda, arranca, soprattutto per le donne e i giovani del Mezzogiorno. La percentuale di laureati è ancora lontana dal target del 45%, e il sistema formativo fatica ad accompagnare il Paese verso un’economia della conoscenza. Inoltre, sono ben 4 i target strutturali che, secondo le proiezioni, non saranno raggiungibili al ritmo attuale: dalla riduzione degli incidenti stradali al raggiungimento della quota del 42,5% di energia rinnovabile, dall’aumento dei laureati alla soluzione del sovraffollamento penitenziario: l’obiettivo “Pace, giustizia e istituzioni solide”, infatti, appare lontanissimo, con strutture che ospitano detenuti ben oltre ogni capienza ragionevole.
Eppure, e questo è forse il dato più sorprendente, gli italiani non sembrano volersi rassegnare. Secondo i sondaggi riportati dall’ASviS, ad esempio, l’86% dei cittadini considera il cambiamento climatico un problema molto serio, sopra la media europea ferma all’84%. Per l’85% degli intervistati è più conveniente investire subito nella transizione ecologica piuttosto che pagare domani i danni del clima. Il 79% è convinto che la transizione porti benefici non solo all’ambiente, ma anche all’economia e alle famiglie. Non è un Paese che vuole fermarsi ma che aspetta di essere guidato con più coraggio e con più visione verso un futuro prossimo.
Ciò che emerge dai rapporti di ASviS e Istat è che gli strumenti per cambiare rotta esistono. La stessa ASviS invita ad una revisione della Strategia Nazionale di Sviluppo Sostenibile e un Piano di Accelerazione Trasformativa entro la metà del 2026, il tutto sotto una prospettiva politica di lungo periodo, capace di ragionare oltre il ciclo elettorale.
Le analisi non mancano, le proposte neppure. Quello che serve sono scelte politiche e finanziarie allineate il più possibile agli obiettivi dichiarati. Il 2030 è vicino, ma non è ancora troppo tardi.
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