Nove italiani su dieci riconoscono il valore sociale di colf e badanti, ma più della metà non lo vorrebbe come mestiere per i propri figli
Il 54,4% italiani non vuole che i figli diventino colf o badanti, eppure sarà di queste figure che il Paese avrà sempre più bisogno in futuro. Dietro la riluttanza si celano la percezione di paghe basse, la mancanza di possibilità di crescita professionale e la fatica fisica e mentale che il mestiere comporta. Ma anche l’idea che il lavoro domestico di assistenza e cura resta uno dei mestieri meno considerati nel panorama professionale italiano. Nonostante sia nei fatti il perno su cui si regge un sistema di welfare domiciliare che lo Stato non riesce a coprire da solo. Lo certifica un’indagine del Censis condotta per conto di Assindatcolf, l’Associazione Nazionale dei Datori di Lavoro Domestico: il 72% degli italiani ritiene che questo lavoro sia poco o per niente stimato socialmente. Una percentuale che fa riflettere, soprattutto se la si mette accanto ai numeri sull’invecchiamento demografico del Paese.
Una professione sottostimata
Se il 72% degli italiani ritiene che chi si occupa della cura della casa e delle persone sia poco o per niente stimato socialmente, un 30,5% di italiani la vede diversamente. Chi si dichiara favorevole all’idea che un figlio scelga questo percorso lo fa prima di tutto per riconoscimento della dignità del lavoro. Il 59,6% lo considera un mestiere pari agli altri. Una parte significativa ne valorizza la dimensione umana di assistenza e cura delle persone. Quella relazione quotidiana, spesso intensa e delicata, che si crea tra chi assiste e chi viene assistito, tra la badante e l’anziano affidato alle sue cure, tra la colf e la famiglia che l’accoglie in casa.
Utile per tutti, stimato da pochi
Per l’89,4% degli italiani il lavoro domestico di cura contribuisce in modo significativo al benessere della società e per l’80,1% è un lavoro importante. Numeri che fotografano una consapevolezza diffusa che non si traduce in stima. Solo il 28% ritiene che chi fa questo lavoro sia adeguatamente considerato. Il divario tra utilità percepita e riconoscimento sociale è uno dei tratti più caratteristici della cultura lavorativa italiana quando si parla di assistenza domiciliare agli anziani. A nutrire questo scarto è soprattutto l’idea che si tratti di una scelta obbligata: la metà degli italiani pensa che chi fa la badante o la colf lo faccia perché non ha alternative. Una lettura che trasforma un lavoro di cura in un destino subito, privandolo della dignità professionale che invece meriterebbe.
Lo Stato non tutela abbastanza
C’è poi una questione di protezioni che pesa sulla reputazione del settore. Per il 57,3% degli italiani il lavoro domestico di assistenza non è adeguatamente tutelato dallo Stato, e appena il 7,8% ritiene che le garanzie esistenti siano sufficienti. Un giudizio che riflette contratti spesso precari, orari troppo elastici, diritti che nella pratica quotidiana faticano a essere rispettati. Le soluzioni che gli italiani indicano per invertire la rotta sono chiare: più incentivi alla regolarizzazione contrattuale e retribuzioni più alte. Due obiettivi che si tengono insieme, perché senza salari dignitosi la regolarizzazione resta un obiettivo sulla carta, e senza contratti regolari i diritti dei lavoratori — soprattutto delle badanti straniere, che rappresentano la spina dorsale del settore — rimangono esposti all’arbitrio.
Il sommerso: una responsabilità condivisa
Nel lavoro domestico di assistenza agli anziani, il lavoro nero è una piaga di sistema. Il 34,5% degli italiani riconosce che l’irregolarità diffusa pesa in modo significativo sulla reputazione del settore. E quando si chiede di chi sia la colpa, la risposta per il 49,5% degli intervistati è nella responsabilità condivisa tra lavoratori e famiglie. Non è dunque solo un problema “degli altri”, ma una pratica in cui molti sono coinvolti, spesso per convenienza economica di breve periodo. Senza considerare le conseguenze di lungo periodo per i lavoratori e per le famiglie stesse, che si espongono a rischi legali e a una qualità del servizio difficile da garantire e verificare. Regolarizzare il rapporto con la propria badante o colf non è solo un obbligo di legge, ma contribuisce a dare al lavoro di assistenza domiciliare quella dignità che la società dice di volergli riconoscere, ma stenta a praticare davvero.
Entro il 2028 serviranno 86mila lavoratori in più
Secondo Assindatcolf entro il 2028 le famiglie italiane avranno bisogno di circa 86mila badanti e colf in più rispetto al 2025. Di questi, il 68% sarà di origine straniera: una realtà strutturale che richiede politiche di integrazione e formazione all’altezza della sfida. Le regioni dove la domanda crescerà di più sono Lombardia, con 6.400 lavoratori aggiuntivi necessari, Lazio con 5.600, Campania con 3.000 e Veneto con 2.580. Numeri che traducono in cifre concrete una trasformazione demografica che il Paese affronta ancora senza una vera strategia di sistema. L’invecchiamento della popolazione non è un’emergenza futura: è già presente nelle case di milioni di famiglie italiane che ogni giorno affidano i loro genitori anziani a una badante, spesso straniera, spesso irregolare, quasi sempre indispensabile.
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