È morto a 84 anni il fondatore della Lega, colui che inventò “Roma ladrona” e trasformò il Nord in una categoria politica. Un cordoglio trasversale da cui emerge il profilo di un avversario combattuto ma rispettato: capace di lasciare il segno anche in chi non lo ha mai votato.
Un’idea diventata movimento
Umberto Bossi è morto e con lui se ne va una delle figure più originali e divisive della storia repubblicana italiana. Un uomo che prima di essere un politico era stato operaio, perito tecnico, informatico, insegnante di matematica e fisica, studente di medicina a Pavia.
Nato il 19 settembre 1941 a Cassano Magnago, in provincia di Varese, Bossi non aveva nulla della figura del professionista della politica cresciuto nei corridoi di un partito. Era arrivato ai palazzi del potere dalla strada, o meglio, dalla periferia produttiva del Nord, quella che a lungo si era sentita ignorata da Roma.
La sua carriera politica comincia per vie traverse. Negli anni Settanta milita nella sinistra extraparlamentare, poi nel 1975 risulta iscritto al Pci. Quattro anni dopo, quasi per caso, “inciampa” nell’autonomismo. L’incontro con Bruno Salvadori e poi con Roberto Maroni segna una svolta. fonda la Lega Autonomista Lombarda, nel 1984 dà vita alla Lega Lombarda. Nel 1987 entra per la prima volta in Parlamento. Nel 1989, al raduno di Pontida, viene acclamato segretario della neonata Lega Nord: il Carroccio, con il simbolo di Alberto da Giussano, è ufficialmente nato. Il 1989 è la data di fondazione di un partito che avrebbe modificato gli equilibri della politica italiana per decenni.
L’ascesa è travolgente. Alle elezioni del 1992, in piena bufera di Tangentopoli, Bossi viene eletto alla Camera con 240.000 preferenze. La Prima Repubblica sta crollando sotto i colpi delle inchieste di Mani Pulite e la Lega si presenta come l’unica forza genuinamente nuova, estranea al pentapartito, capace di raccogliere la rabbia di un pezzo di Paese che non si riconosceva più nella politica tradizionale. Sarà rieletto ininterrottamente per otto legislature consecutive, dalla undicesima alla diciannovesima, con tre mandati al Parlamento europeo nel mezzo.
Il linguaggio che cambiò tutto
Prima di Bossi, la politica italiana parlava con il lessico felpato della Prima Repubblica: perifrasi, allusioni, prudenza istituzionale. Lui spazzò via tutto. Il “Senatur” non si limitò a guidare un movimento: ne inventò la grammatica. Costruì un codice comunicativo che mescolava dialetto, provocazione e una dose calcolata di scurrilità, in un’epoca in cui quella scelta era ancora rara e destabilizzante.
“Roma ladrona” non è mai stato solo uno slogan: è stata una formula capace di condensare un intero impianto ideologico in tre sillabe e un’accusa. L’idea di uno Stato predatore, di un Nord produttivo contrapposto a un Sud parassitario, di una rabbia che cercava un bersaglio semplice e riconoscibile. Non una critica amministrativa, ma una narrazione. Poi c’era l’altro slogan, quello che fece più discutere: “la Lega ce l’ha duro”. Un linguaggio corporeo, quasi tribale, che rifiutava deliberatamente il decoro istituzionale e trovava proprio in quel rifiuto la sua forza. La volgarità non era un incidente: era un messaggio.
Era una a dichiarazione di guerra a un’élite percepita come distante, sofisticata, ipocrita. I suoi comizi non erano conferenze stampa, ma riti collettivi. Il suo linguaggio “povero” era in realtà estremamente efficace: accessibile, memorabile, replicabile. Non richiedeva mediazioni, non aveva bisogno di essere interpretato. Era fatto per essere urlato nelle piazze e scritto sui muri.
Il rapporto con la Piazza
Eppure, ridurlo a una caricatura sarebbe un errore. Dietro la rudezza c’era una strategia comunicativa precisa. Una narrazione potente (anche se storicamente fragile). E poi c’era la piazza, quella vera, il “pratone di Pontida”, il contatto diretto. In un’epoca in cui la politica si affidava sempre più alla televisione, lui privilegiava il corpo a corpo con la gente.
Luca Zaia, uno degli uomini cresciuti alla sua “scuola”, lo ha ricordato così: «Con Tangentopoli di politici in giro non se ne vedevano più. E non c’era ancora internet. Lui era l’unico che riusciva a riempire le piazze nonostante l’informazione mainstream non parlasse di lui e se lo faceva, era solo per farne la caricatura».
L’ictus, il declino, la resistenza
L’11 marzo 2004 segna uno spartiacque nella vita del Senatur. Un ictus cerebrale lo colpisce e lo ricovera in gravi condizioni. Si salva, ma la degenza e la riabilitazione sono lunghe e difficili. Tornerà, ma non sarà più lo stesso. La voce stentata, il passo incerto non spengono però la sua presenza sulla scena. Nel 2006 rifiuta il seggio alla Camera per restare al Parlamento europeo. Nel 2008 viene rieletto deputato e nominato ministro delle Riforme istituzionali nel Berlusconi IV.
Poi, nell’aprile del 2012, sotto la spinta delle inchieste delle procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria, è costretto a dimettersi da segretario. L’accusa è di aver stornato fondi della Lega Nord per la sua famiglia. Nel luglio del 2017 il tribunale di Milano lo condanna a due anni e tre mesi per truffa ai danni dello Stato, per i rendiconti depositati tra il 2008 e il 2010. Conserva però la carica di presidente a vita del partito che aveva fondato.
Nel 2013 si candida alle primarie interne contro Salvini. Perde con l’82% dei voti andati al suo sfidante e la Lega cambia pelle, abbandonando il nordismo autonomista per un nazionalismo sovranista a vocazione nazionale e poi europea. Bossi non condivide quella trasformazione, e non lo nasconde, ma a continua a stare in campo.
Nel 2018 viene ricandidato e torna al Senato. Nel 2022, alle elezioni politiche anticipate, è ancora lì: capolista per la Lega nel collegio plurinominale Lombardia 2-01. Viene eletto deputato per la XIX legislatura, risultando il parlamentare in carica più anziano d’Italia.
Il cordoglio traversale per un avversario rispettato
La notizia della sua morte ha attraversato tutti gli schieramenti politici con una velocità e un’intensità rare. Il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha dichiarato che «l’Italia perde un sincero democratico». Una definizione significativa, che dice molto sul profilo che Bossi ha lasciato nella memoria istituzionale del Paese.
Matteo Salvini, il leader che lo ha sostituito alla guida del partito, ha scritto su X un messaggio carico di emozione: «Coraggio, genio, passione, fatica, amore, rivoluzione, radici, libertà. Avevo 17 anni quando ti ho incontrato e mi hai cambiato la vita. Oggi ne ho 53 e ti saluto, nel giorno della Festa del Papà, con una lacrima ma con la stessa gratitudine, lo stesso orgoglio e la determinazione a non mollare mai, come ci hai insegnato. Ciao, Capo. A Dio». La Lega, intanto, ha annullato tutti gli appuntamenti in programma.
Giorgia Meloni ha riconosciuto che Bossi «ha dato un fondamentale apporto alla formazione del primo centrodestra», sottolineando come la sua passione politica «abbia segnato una fase importante della storia italiana». Antonio Tajani ha ricordato la sua «rarissima sensibilità politica», definendolo «sempre disponibile al confronto, magari a volte anche duro», e lo ha collocato «insieme a Berlusconi e a Fini» tra i fondatori del centrodestra italiano.
Ignazio La Russa, presidente del Senato, ha detto di aver perso «un amico», e ha descritto con precisione la grandezza politica di Bossi: «Il concetto di un partito territoriale era sconosciuto in Italia. Ebbene, lui lo ha introdotto e lo ha fatto vivere sempre. Non è poco. È stato un inventore Umberto. E molto realista, anche quando si concedeva le sue sparate. Chi lo ha considerato un personaggio folk non ha mai capito nulla di lui».
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha affidato a X un ricordo personale, rievocando una notte di trattative parlamentari in cui Bossi era entrato nella stanza alle due di mattina, aveva ascoltato la situazione, aveva dato il suo benestare con una battuta e se n’era andato: «Perché lui era così: di buonsenso, mai superficiale e molto realista».
Le reazioni degli avversari
Ma il profilo più netto e forse più significativo lo ha tracciato chi lo ha combattuto per tutta la vita. Pierluigi Bersani, ex segretario del Partito Democratico, ha scritto su X una frase che è già diventata la sintesi di questa giornata: «L’avversario più dignitoso che ho avuto in vita mia, e alla fine quello a cui ho voluto più bene». Poche parole, dense. Il riconoscimento che viene dall’altra parte della barricata vale spesso più di qualsiasi elogio di parte.
Fausto Bertinotti, ex presidente della Camera e simbolo della sinistra italiana, ha ricordando il rispetto reciproco che li aveva sempre legati nonostante la distanza politica: «Bossi aveva una sua autenticità, ci siamo tante volte incontrati, eravamo vicini per territorio e lontani politicamente. C’è stato un confronto nel conflitto sempre netto tra noi, ma segnato dal rispetto». Bertinotti ha ricordato persino le battute scambiate sul confine del Ticino, la matrice antifascista comune, e ha poi aggiunto una riflessione lucida e un po’ malinconica sull’eredità: «Il Novecento si è concluso. Basta vedere quanto la Lega di Bossi è lontana da quella di Salvini. Non c’è quindi eredità di quella Lega, e mi pare che Bossi sapesse che questa Lega attuale non c’entrasse più nulla con quella sua».
Matteo Renzi, leader di Italia Viva, lo ha definito «uno dei protagonisti più rilevanti, nel bene e nel male, della politica italiana degli ultimi trent’anni», aggiungendo di averlo conosciuto personalmente tardi, già malato, e di averne apprezzato «la tempra e la passione umana e politica».
Giuseppe Conte, a nome del Movimento 5 Stelle, ha espresso cordoglio riconoscendo che «Umberto Bossi è stato un protagonista della storia politica recente del nostro Paese». L’ex ministro Claudio Scajola lo ha definito «un innovatore rivoluzionario» e ha collocato la sua scomparsa, insieme a quella di Berlusconi nel 2023, come «la fine del corso nuovo incarnato dalla Seconda Repubblica».
L’uomo che rimase sé stesso
Fuori dalla casa di Gemonio, il paese nel varesotto dove Bossi viveva, nella notte sono comparsi striscioni scritti a mano dai militanti: “Saremo per sempre i tuoi giovani padani”. E ancora: “La tua Lega, il nostro orgoglio. Il tuo coraggio, la nostra forza. Le tue idee, le nostre battaglie. Grazie Capo”. Parole semplici, come quelle che lui aveva sempre usato.
Restano, nella storia politica italiana, alcune immagini che lo fotografano meglio di qualsiasi analisi. Il pratone di Pontida con migliaia di persone. Il “patto della polenta” del 6 ottobre 2010, quando davanti a Montecitorio, dopo aver definito i romani “porci”, sedette a una lunga tavolata pubblica con il sindaco di Roma Gianni Alemanno e brindò alla pace tra Nord e Sud in un momento che racchiudeva tutto il teatro e tutta la contraddizione della Seconda Repubblica: quella di un uomo che costruiva il consenso contro Roma, ma che il potere lo esercitava a Roma, ogni giorno, insieme agli stessi avversari che insultava in piazza. Un paradosso che però era anche la sua forza: saper stare in mezzo alle cose senza perdersi, tenendo viva la tensione senza romperla.
Otto legislature alla Camera, tre mandati al Parlamento europeo, un ministero. Ma anche un ictus, una condanna, le dimissioni forzate, il ritorno, la sconfitta nelle primarie. E poi ancora lì, in Parlamento, fino all’ultima legislatura, a 84 anni, il più anziano deputato in carica; con la voce stentata, il sigaro e una coca cola.
Credit foto: DELBO ANDREA/Shutterstock.com
© Riproduzione riservata
