Pechino trasforma in diritto la visione sull’identità nazionale e tra tibetani uiguri e mongoli cresce la preoccupazione
Con 2.756 voti favorevoli, tre contrari e tre astensioni, la Cina ha approvato la legge sulla “Promozione dell’unità e del progresso etnico”. La norma favorisce “un più forte senso di comunità tra tutti i gruppi etnici della nazione cinese”. Tuttavia, nella sua applicazione pratica, il provvedimento rischia di erodere ulteriormente i diritti delle minoranze. L’immagine è quella di un grande albero. Da una parte c’è il tronco, solido e centrale, che rappresenta l’identità nazionale; dall’altra ci sono i rami e le foglie, ovvero le culture delle tante minoranze. Secondo la visione del presidente Xi Jinping, i rami possono prosperare solo se il tronco è forte e le radici profonde. Questa metafora è alla base del concetto di “sinicizzazione” che punta a fondere i cinquantasei gruppi etnici ufficialmente riconosciuti in un’unica coscienza comunitaria.
Un’identità sotto il segno del mandarino
Il testo approvato il 12 marzo interviene sulla quotidianità di milioni di cittadini appartenenti a minoranze come quella tibetana, uigura o mongola. Uno dei pilastri della nuova legge sulle etnie in Cina riguarda infatti l’istruzione e l’uso della lingua. Se in passato era concesso agli studenti seguire parte dei programmi scolastici nella propria lingua madre, la nuova normativa stabilisce che il putonghua, il cinese standard, diventi la lingua d’istruzione obbligatoria fin dall’età prescolare e per tutto il ciclo delle superiori. L’obiettivo è di garantire che ogni bambino, prima ancora di varcare la soglia dell’asilo, possieda una padronanza completa del mandarino. Laddove convivono scritte in lingue diverse, i caratteri cinesi dovranno avere una preminenza assoluta. È un segnale forte di integrazione che però solleva non pochi interrogativi tra chi teme che, nel lungo periodo, le parlate locali e le tradizioni secolari finiscano per essere relegate a un ruolo puramente folcloristico, se non addirittura cancellate.
La dottrina dei Dodici Doveri
La dottrina che sostiene la nuova legge sull’unità etnica in Cina si articola nei cosiddetti “Dodici Doveri”, principi che pongono l’accento sulla costruzione di una “casa spirituale condivisa”. In questo quadro, l’unità dello Stato e la stabilità sociale diventano doveri prioritari per ogni singolo gruppo etnico. Il governo incoraggia infatti la creazione di comunità interconnesse, dove persone di origini diverse possano vivere, studiare e lavorare fianco a fianco. Le autorità locali sono spinte a favorire la mobilità della popolazione e gli scambi cooperativi tra le diverse regioni, con l’intento di abbattere quelle barriere invisibili che ancora separano i distretti a maggioranza han dalle zone di confine abitate dalle minoranze. Il testo promuove anche la trasformazione di usanze considerate “obsolete” per abbracciare una cultura civica definita più moderna e in linea con la Cina contemporanea.
Una storia lunga cinquemila anni
Oltre ottocento caratteri della norma raccontano una storia condivisa di cinquemila anni, in cui i diversi popoli avrebbero costruito insieme un’unica civiltà multietnica nonostante le aggressioni esterne. In questa narrazione, il Partito Comunista assume il ruolo di guida provvidenziale che ha saputo condurre tutte le comunità verso l’uguaglianza e l’indipendenza. La nuova legge sull’unità etnica in Cina introduce così il concetto di “coscienza della comunità della nazione cinese” come fondamento imprescindibile della patria. Tutte le istituzioni, sia pubbliche che private, devono contribuire alla diffusione di programmi di educazione patriottica e alla valorizzazione dei simboli culturali nazionali. I cittadini sono invitati a segnalare comportamenti o contenuti online che possano minare l’unità etnica o fomentare divisioni.
Le implicazioni internazionali
Sebbene la normativa contenga molte dichiarazioni di principio e non introduca sanzioni specifiche — rimandando a leggi già esistenti per eventuali punizioni — il suo valore è tutt’altro che simbolico. Inserendo la visione di Xi nel sistema giuridico, Pechino ottiene una base legale più solida per giustificare e implementare future politiche di assimilazione. Un aspetto particolarmente delicato riguarda l’estensione di questa giurisdizione anche all’esterno dei confini nazionali. La legge sull’unità etnica in Cina afferma infatti di poter perseguire organizzazioni o individui stranieri che compiano atti ritenuti lesivi dell’unità e del progresso etnico cinese. Si tratta di una clausola che sottolinea quanto il governo consideri la questione delle minoranze un affare interno di massima sensibilità, su cui non è disposto a tollerare ingerenze o critiche internazionali.
(foto di apertura: tibetani in un monastero di Gannan, Gansu, Cina)
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