Il report FragilItalia di Legacoop-Ipsos rivela un paradosso: gli italiani seguono la politica ma non ci credono più. Sfiducia nei partiti, pressione fiscale e condizione economica frenano la partecipazione al voto.
Italiani e politica: interesse alto, fiducia a picco
C’è un paradosso che attraversa il Paese e che i numeri fotografano con precisione. Gli italiani continuano a interessarsi di politica, il 66% si dichiara ancora coinvolto sul tema, eppure il rapporto concreto con le urne si deteriora di mese in mese. Non è indifferenza, è qualcosa di più complicato: una distanza crescente, alimentata da sfiducia, senso di inutilità e fragilità economica diffusa.
A certificarlo è il report FragilItalia, elaborato dall’area studi di Legacoop e Ipsos su un campione rappresentativo della popolazione italiana, che analizza il legame, sempre più labile, tra cittadini e partecipazione democratica. Il dato sull’interesse alla politica, pur restando maggioritario, ha perso sette punti percentuali rispetto alla rilevazione di giugno 2025.
Un calo significativo, che si accompagna a un’altra cifra ancora più pesante: il 73% degli italiani non si sente rappresentato dalla classe politica attuale. Due punti in più rispetto alla precedente indagine. E oltre sei italiani su dieci (il 63%, per la precisione) sono convinti che il proprio voto non cambi nulla.
Le cause dell’astensionismo
Dietro la scelta di non votare non c’è un unico motivo. I dati Ipsos restituiscono un quadro articolato, in cui diverse frustrazioni si sommano e si rinforzano a vicenda.
Il principale driver dell’astensione è la sfiducia crescente nei confronti della classe politica, citata dal 35% degli intervistati; sette punti in più rispetto alla rilevazione precedente. Ma l’analisi va più in profondità.
La disillusione verso i partiti guida la classifica delle motivazioni specifiche, con il 65% delle risposte. Seguono la percezione che nessuno affronti seriamente il tema della pressione fiscale (61%), l’insoddisfazione per le politiche economiche (60%, in crescita di otto punti), e la scarsa rappresentanza degli interessi personali (59%, più sei punti).
Un dato colpisce in modo particolare: quasi un intervistato su due, il 46%, quattro punti in più rispetto a prima, dichiara che la propria condizione economica personale incide direttamente sulla decisione di non andare a votare. La correlazione con le fasce sociali più vulnerabili è evidente: tra il ceto popolare la percentuale sale al 64%, tra i residenti nel Mezzogiorno al 61%. Numeri che raccontano quanto il disagio materiale si trasformi in distanza civica.
Non è questione di informazione
Un elemento emerso dal report smonta un luogo comune piuttosto diffuso: l’astensionismo non dipende principalmente dalla mancanza di informazione. Solo il 29% degli astenuti dichiara di non votare perché non si sente sufficientemente informato — una quota in calo di sette punti rispetto alla precedente rilevazione. Chi rimane a casa il giorno delle elezioni, insomma, nella maggior parte dei casi sa benissimo cosa succede. Semplicemente, non crede che valga la pena andare.
La variabile dei social network nei giovani
C’è poi una dinamica nuova, ancora contenuta nei numeri ma in rapida espansione. L’influenza dei social network sulla scelta di non votare sta crescendo in modo visibile: un astenuto su cinque riconosce che ciò che legge online condiziona la sua astensione, con un incremento di cinque punti rispetto all’indagine precedente.
Tra gli under 30 il dato sale in modo netto, arrivando al 36%. Non si tratta solo di disinformazione: l’ecosistema digitale alimenta cinismo, amplifica la sfiducia e tende a rinforzare la percezione che la politica sia un sistema chiuso, lontano dalla vita reale delle persone.
Gamberini: “L’astensionismo è un’emergenza democratica”
Simone Gamberini, presidente di Legacoop, non usa giri di parole nel commentare i risultati. “Il Paese è attraversato da una contraddizione: gli italiani non sono indifferenti alla politica, ma al contempo cresce la distanza dalle urne, per sfiducia, avversione e fragilità economiche”.
Il dato più preoccupante, secondo Gamberini, è che oltre sette italiani su dieci non si sentono rappresentati dalla classe politica e che la sfiducia verso i partiti è oggi il principale motore dell’astensione. “Quando due terzi del Paese legano la propria insoddisfazione alle politiche economiche e fiscali, e quasi la metà dichiara che la propria condizione economica incide sulla scelta di non votare, significa che la questione sociale torna ad essere centrale nel rapporto tra cittadini e democrazia”.
La conclusione è netta: “L’astensionismo è un’emergenza democratica. La qualità della nostra democrazia non si misura solo dal diritto di voto, ma dalla capacità di far sentire ogni persona parte attiva di un progetto collettivo”.
Cosa spingerebbe gli astenuti a tornare alle urne
Il report non si limita a descrivere il problema, ma prova anche a indicare le leve che potrebbero invertire la tendenza. Secondo gli intervistati, i fattori che potrebbero riportarli alle urne sono: maggiore chiarezza e concretezza dei programmi politici (50%, sette punti in più rispetto alla precedente rilevazione), riduzione di corruzione e clientelismo (47%, in calo di otto punti). Inoltre, servirebbe maggiore attenzione ai temi ritenuti prioritari dai cittadini (42%, più otto punti), più trasparenza nel processo politico (31%) e più opportunità di partecipazione diretta (18%, sette punti in più).
Una lista che, letta insieme, disegna il profilo di un elettorato che non ha smesso di aspettarsi qualcosa dalla politica. Ha solo smesso di crederci, almeno per ora.
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