Dalla dignità ferita di Antonio Ricci al cammino di redenzione di Checco Zalone, il cinema racconta la metamorfosi della figura paterna: un viaggio tra patriarcati spezzati, assenze ingombranti e nuove fragilità quotidiane
Se c’è una figura che ha incarnato le nevrosi, le speranze e i fallimenti dell’Italia dal dopoguerra a oggi, questa è la figura del padre. Non è solo un genitore; è il simbolo dell’autorità che crolla, della protezione che si fa assenza, del sacrificio che diventa farsa. Ripercorrere la storia del cinema italiano attraverso i padri significa sfogliare l’album di famiglia di una nazione. E allora iniziamo il nostro viaggio celebrando le trasformazioni sociali, gli usi e i costumi che hanno interessato gli italiani negli ultimi ottant’anni e le tendenze che arrivano da uno spaccato di vita quotidiana.
È il 1948 e sul grande schermo arriva la ‘pellicola-capolavoro’ di Vittorio De Sica: Ladri di biciclette. Ambientato nella Roma del dopoguerra, il film diventa il simbolo del neorealismo, grazie anche all’impiego di attori non professionisti come l’operaio Lamberto Maggiorani, per conferire ancora più crudezza alla narrazione. In questo scenario troviamo Antonio Ricci, un uomo a cui rubano il mezzo di lavoro che diventa l’incarnazione della dignità ferita. In un’Italia in macerie, il padre è colui che deve garantire il pane. Il rapporto con il piccolo Bruno è straziante: il figlio osserva il padre non come un dio infallibile, ma come un uomo che può sbagliare, che può piangere, che può tentare di rubare a sua volta. È la nascita del “padre fragile”, che nonostante la miseria cerca di mantenere intatto l’onore agli occhi della sua prole. Facciamo un salto nel pieno degli Anni ’60. Bellocchio scuote le fondamenta della famiglia con un film rabbioso I pugni in tasca che anticipa di poco la contestazione giovanile del Sessantotto. Qui il ruolo del padre è quello di un’assenza ingombrante. È già morto prima dell’inizio del film, ma la sua mancanza è il motore immobile che scatena il caos e genera mostri: figli chiusi in una villa di provincia, divorati dall’epilessia e dal rancore. È il segno che il vecchio patriarcato sta marcendo dall’interno, lasciando spazio a una gioventù che non ha più guide e che decide di distruggere le proprie radici per sopravvivere. Se I pugni in tasca racconta l’assenza del padre, bisognerà attendere il 1977 quando i fratelli Taviani mettono in scena con Padre padrone l’esatto opposto: una presenza schiacciante, violenta. Nella Sardegna arcaica la figura del padre riaffiora nella sua accezione più brutale: la proprietà privata. Il padre di Gavino Ledda non educa, addestra. La scuola è vietata, la parola è sostituita dal bastone. È il ritratto dell’ultimo patriarcato rurale, un’autorità biblica e violenta che deve essere abbattuta affinché il figlio possa finalmente conquistare il diritto di esistere e di parlare. Vincitore della Palma d’Oro a Cannes, il film è tratto dall’autobiografia di Gavino Ledda e racconta una parabola di emancipazione brutale e commovente. Facciamo un salto al 1982 con un classico della commedia all’italiana: In viaggio con papà. Qui la regia è di Alberto Sordi, che recita accanto a un giovanissimo Carlo Verdone. Questo film è fondamentale perché mette a confronto due icone del nostro cinema che rappresentano due modi opposti di essere “figlio” e “padre”. Il film è un road movie che racconta il viaggio da Roma verso la Versilia di un padre e un figlio che non si vedono da tempo e non potrebbero essere più diversi: il padre Armando Ferretti (Alberto Sordi) e il figlio Cristiano (Carlo Verdone). Armando è un nobile decaduto, un playboy incallito, superficiale, bugiardo e profondamente egoista. Vive di espedienti, godendosi la vita senza troppi scrupoli morali. Cristiano è un ragazzo goffo, timido, ingenuo e idealista. Fa parte di un gruppo ecologista (i “Gabbiani”), vive in una comune e crede fermamente nella purezza dei sentimenti e nella salvaguardia della natura. Armando decide di portare il figlio con sé in auto verso il mare, ufficialmente per recuperare il rapporto, ufficiosamente perché gli serve una “copertura” o un supporto nelle sue complicate tresche amorose. Durante il tragitto, Armando cerca di “iniziare” il figlio alla vita mondana, insegnandogli a rimorchiare e a essere meno “fesso”. Arriviamo agli Anni ’90. Con il film Il ladro di bambini, Gianni Amelio ci regala la figura del carabiniere Antonio, che diventa padre “per dovere”, e poi “per amore”, di due bambini vittime di abusi. In un’Italia che ha perso i suoi punti di riferimento morali, il padre non è più quello biologico (spesso assente o carnefice), ma chi si prende cura dell’altro. È un padre nomade, che attraversa un Paese imbruttito cercando di restituire l’infanzia a chi l’ha perduta. E ancora, sulla fine degli Anni ’90, un’altra pellicola capolavoro regala la fotografia di un ‘padre-scudo’: con La vita è bella Roberto Benigni reinventa la paternità come atto creativo supremo. Di fronte all’orrore assoluto dei campi di sterminio, il padre si fa inventore di mondi. Guido Orefice trasforma la tragedia in un gioco a premi per proteggere l’innocenza del figlio Giosuè. È il padre che sacrifica la propria vita non solo per la sopravvivenza fisica del figlio, ma per quella psicologica, insegnandoci che l’amore paterno è la più potente delle bugie a fin di bene. Nel 1996 un’altra pellicola cult fa il suo ingresso nel panorama cinematografico italiano: nella sale arriva Ferie d’agosto diretto da Paolo Virzì (anche il sequel Un altro Ferragosto trent’anni dopo sarà diretto dal regista livornese). La figura del padre si sdoppia per rappresentare le due anime dell’Italia di metà Anni ’90. Il film mette in scena lo scontro tra due famiglie in vacanza a Ventotene: i colti e radical-chic Mazzalupi (guidati da Sandro Molino) e i carnali, arricchiti e destrorsi Brega (guidati da Ruggero Grifoni). Sandro Molino (Silvio Orlando) veste i panni del ‘padre ideologico’: prototipo dell’intellettuale di sinistra, malinconico e moralista. Ruggero Grifoni (Ennio Fantastichini), invece, veste i panni del ‘padre padrone moderno’: proprietario di negozi di tappeti a Roma, ignorante, vitale e prepotente. Con l’inizio del nuovo millennio, Nanni Moretti affronta il tabù supremo: la morte di un figlio e firma, nel 2001, la pellicola La stanza del figlio. Qui il padre è uno psicanalista che scopre la propria totale impotenza. Il dolore smonta la sua maschera di autorità e saggezza. È il racconto del “vuoto” che resta quando il ruolo di padre viene reciso alla radice, portando sullo schermo una vulnerabilità maschile raramente esplorata con tanta precisione chirurgica. Nel 2014, esce nelle sale il film Tutta colpa di Freud, diretto da Paolo Genovese e interpretato da Marco Giallini che veste i panni di un padre che di professione fa lo psicanalista e si ritrova ad essere “facilitatore sentimentale” delle sue figlie, finendo per incasinarsi la vita. Il film è una commedia corale che usa, quindi, la psicanalisi come pretesto per esplorare le nevrosi amorose moderne.
E se nei film di Bellocchio e dei Taviani il rapporto padre-figlio è una tragedia cupa o una lotta per la sopravvivenza, con Belli di papà (2015) entriamo nel territorio della commedia cinematografica contemporanea. Il film, diretto da Guido Chiesa – interpretato da Diego Abatantuono – e remake della pellicola messicana Nosotros los Nobles, affronta il tema del conflitto generazionale con un tono leggero, ma non privo di critica sociale verso la “generazione Neet” e i genitori troppo permissivi. È una critica di costume divertente sulla generazione dei “bamboccioni”, dove il padre deve tornare a essere colui che dice “no” per permettere ai figli di crescere davvero. E ancora nel solco della commedia all’italiana, esce nel 2020 È per il tuo bene. Qui tre padri che si coalizzano in una missione “punitiva” (e disperata) contro i fidanzati delle rispettive figlie. Il film è un remake della commedia spagnola Es por tu bien e mette in scena il peggior incubo di ogni padre italiano: la perdita del controllo sulla vita sentimentale della propria bambina. I ‘tre moschettieri’ del controllo sono Marco Giallini, Vincenzo Salemme e Giuseppe Battiston. A chiudere il nostro viaggio negli ultimi ottant’anni di cinema italiano, ci pensa Checco Zalone con il film – firmato da Gennaro Nunziante – Buen Camino. La pellicola, record di incassi (si attesta sugli oltre 76 milioni di spettatori a febbraio 2026), racconta il rapporto padre-figlia, secondo la tipica comicità dolceamara di Zalone. Checco è un ricco erede vanitoso e superficiale che vive nel lusso grazie all’azienda del padre Eugenio. Quando la figlia adolescente Cristal scompare per intraprendere di nascosto il Cammino di Santiago, Checco parte per recuperarla, inizialmente preoccupato solo di riportarla a casa per il suo sfarzoso 50º compleanno. In realtà, il viaggio si trasforma in una convivenza forzata che farà bene a entrambi.
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