Mentre il Paese affronta una crisi demografica senza precedenti, le nuove norme estendono i diritti dei padri fino ai quattordici anni dei figli. Paolo Daprelà analizza lo scarto tra l’evoluzione delle tutele e i dati Inps, evidenziando come la condivisione della cura sia l’unico scudo efficace contro il gender gap e le future fragilità previdenziali
L’Italia si trova oggi davanti a uno specchio che restituisce un’immagine nitida e complessa: quella di un Paese in piena recessione demografica. Con un saldo naturale costantemente negativo e una popolazione che continua a contrarsi, il tema della natalità ha smesso di essere una questione privata per diventare una sfida strutturale di sistema.
In questo scenario, le politiche familiari e gli strumenti di conciliazione vita-lavoro non sono più semplici “benefit”, ma leve strategiche per la tenuta del nostro modello sociale. Se da un lato la normativa evolve – come dimostrano le novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2026 che estendono il diritto al congedo parentale fino ai 14 anni del figlio – dall’altro i dati raccontano una realtà ancora sbilanciata. Il persistere di un forte gender gap nell’utilizzo dei congedi e nelle responsabilità di cura non è solo un problema di equità, ma un moltiplicatore di fragilità che incide direttamente sulla continuità contributiva e sulla protezione rispetto ai grandi rischi della vita, dalla disoccupazione alla vecchiaia.
In occasione della Festa del Papà, abbiamo approfondito questi temi con Paolo Daprelà, direttore delle Attività di Patronato 50&PiùEnasco, che esplora l’evoluzione del congedo parentale: da strumento di tutela della maternità a pilastro della corresponsabilità.
Qual è oggi il quadro demografico dell’Italia?
Il calo demografico è uno dei grandi temi dell’attualità. Nel 2024 la popolazione è diminuita di circa 27mila unità, con 369.944 nascite e 653.109 decessi. Il saldo naturale è fortemente negativo ed è compensato solo in parte dalla dinamica migratoria. I dati provvisori gennaio-ottobre 2025 confermano la tendenza: la popolazione cala di circa 13mila unità e le nascite registrano un ulteriore -4%. Siamo di fronte a una dinamica strutturale.
In questo contesto, quale ruolo hanno le politiche familiari?
In un Paese che registra un saldo naturale negativo, le politiche familiari non sono un tema settoriale ma una leva strategica. La sostenibilità della scelta genitoriale dipende dalla stabilità lavorativa, dal reddito e dalla possibilità concreta di condividere la cura. I congedi parentali sono uno degli strumenti centrali in questo equilibrio.
Come nasce e si evolve il congedo parentale in Italia?
Il riordino organico avviene con il Decreto Legislativo 151/2001. In origine l’impianto era centrato sulla tutela della maternità. Con il Decreto Legislativo 80/2015 il congedo diventa strumento di conciliazione vita-lavoro. La svolta culturale arriva con il Decreto Legislativo 105/2022, che rafforza il ruolo del padre e rende strutturale il congedo di paternità obbligatorio, affermando formalmente la corresponsabilità genitoriale.
Ci sono novità recenti sul congedo parentale?
Sì. La Legge di Bilancio 199/2025 ha introdotto importanti modifiche operative dal 2026. Il diritto al congedo parentale potrà essere esercitato fino ai 14 anni di vita del figlio, non più fino ai 12. Resta il limite complessivo massimo di 10 mesi, elevabili a 11 se il padre ne fruisce per almeno tre mesi. L’indennità è pari all’80% della retribuzione per i primi tre mesi, se fruiti entro il sesto anno di vita, e al 30% per i mesi successivi, con condizioni specifiche oltre i nove mesi. Sono previste estensioni anche per adozioni, affidamenti e per genitori di minori con disabilità grave, con prolungamento fino ai 14 anni.
Oggi i congedi parentali sono utilizzati in modo equilibrato?
No. Nel 2023 hanno beneficiato del congedo parentale 263.958 donne contro 96.413 uomini (Rendiconto di Genere 2024 – CIV INPS). Il dato maschile è in crescita dal 2021, ma lo squilibrio resta evidente.
Che relazione c’è tra questo dato e il gender gap?
Il gender gap non è solo una differenza salariale. È il risultato di una distribuzione asimmetrica delle responsabilità di cura. Nel 2023 il tasso di occupazione femminile è del 52,5%, contro il 70,4% maschile. Se la maggior parte dei congedi è fruita dalle donne, questo incide sulla continuità lavorativa e contributiva.
In che modo questo incide sulla protezione rispetto ai grandi rischi?
I sistemi di welfare – pubblico, contrattuale e aziendale – proteggono rispetto ai grandi rischi sociali: disoccupazione, malattia, non autosufficienza, vecchiaia. Tuttavia, queste tutele presuppongono continuità contributiva e stabilità lavorativa. Carriere più frammentate significano minore accumulo contributivo e minore accesso alle coperture integrative. Il gender gap diventa così anche un divario di protezione rispetto ai rischi della vita.
Possiamo parlare di tokenismo o gender washing?
Il rischio esiste quando la norma riconosce diritti ma i comportamenti restano sbilanciati. Se la corresponsabilità resta solo formale, senza effetti concreti nella distribuzione della cura e nell’accesso alle tutele, si crea uno scarto tra dichiarazione e realtà. La parità non si proclama: si misura nei comportamenti.
Che significato assume oggi la Festa del Papà?
Può essere letta come il simbolo di un passaggio culturale: dalla tutela centrata sulla maternità a un modello fondato sulla responsabilità condivisa. Non è una celebrazione simbolica, ma il riconoscimento che la cura è una funzione sociale comune.
Qual è la vera sfida oggi?
Abbiamo una normativa avanzata e un sistema di welfare multilivello in evoluzione. La vera sfida è rendere effettiva la corresponsabilità, perché la parità non riguarda soltanto l’equità tra uomini e donne. Riguarda la capacità del sistema di proteggere in modo equilibrato rispetto ai grandi rischi della vita – la disoccupazione, la malattia, la non autosufficienza, la vecchiaia. Se la cura resta concentrata prevalentemente sulle donne, le loro carriere diventano più frammentate, la contribuzione si riduce e la protezione futura si indebolisce. Rendere reale la corresponsabilità significa evitare che le responsabilità di oggi diventino le fragilità di domani. E in questo senso un passaggio culturale. Ci ricorda che la paternità non è un ruolo accessorio, ma una responsabilità piena, che incide sull’equilibrio delle famiglie, sulla sostenibilità del welfare e sulla qualità della protezione sociale per tutti.
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