Dopo 24 anni sotto scorta, l’imprenditore calabrese che ha fatto arrestare 48 esponenti della ’ndrangheta racconta la sua scelta: «La legalità non è una gabbia ma un orizzonte»
Un uomo libero. La storia di Gaetano Saffioti, imprenditore calabrese nel settore del movimento terra e del calcestruzzo, è la testimonianza discreta e determinata di chi ha scelto di denunciare la ’ndrangheta per riappropriarsi della sua vita, del suo lavoro, del suo essere calabrese. «La denuncia, come la legalità, non è una gabbia ma un orizzonte – dice Gaetano Saffioti, che dal 2002 è anche testimone di giustizia -. Da 24 anni sono sotto scorta, e dico sempre che questo è il periodo in cui mi sento un uomo libero». Una libertà maturata nel tempo, dopo tante privazioni.
Quando la sua attività imprenditoriale avviata nel 1981 a Palmi, nella provincia di Reggio Calabria, viene intercettata dalla criminalità organizzata, Saffioti inizia a ricevere richieste di pizzo, a cui faranno seguito minacce. Sono gli anni delle faide quotidiane, anni in cui «neanche si sussurrava la parola ’ndrangheta», spiega l’imprenditore. «Le famiglie di ’ndrangheta non erano viste come usurpatrici, anzi tutti si rivolgevano a loro per un medico, un posto di lavoro. Ed era un tuo ‘dovere’ contribuire con quella che ho denominato Ivam, cioè “imposta valore aggiunto mafioso”, una quota insomma che devi dare a questi soggetti perché vivi in questa terra», racconta Gaetano, ricordando gli anni precedenti alla denuncia.
Anni in cui matura la consapevolezza di non essere più una persona libera; anni di solitudine nel cercare un aiuto dalle istituzioni, recandosi in caserme e commissariati per denunciare. «Ti chiedi: sono una persona libera, di cosa? Dovevo chiedere il permesso per andare ovunque. Dovevo pagare a Palmi, perché producevo a Palmi, a Gioia Tauro perché attraversavo il comune di Gioia Tauro, a Rosarno perché consegnavo nel comune di Rosarno. Come un pedaggio in autostrada – commenta Saffioti -. Non è che pagavo volentieri, ma non sapevo con chi parlare. Quando andavo a fare le denunce mi dicevano: “Purtroppo lo Stato non c’è”; altri mi dicevano: “Eh, ma quali prove abbiamo?”. Il colmo è stato quando sono stato portato da un superlatitante e lì mi hanno fatto trovare un ispettore di polizia, come per dire che loro sapevano se cercavo di denunciare».
Intimidazioni, come il camion dell’azienda di Saffioti cosparso di benzina e incendiato, che hanno spinto Gaetano a trovare un’alternativa a questa silenziosa schiavitù. La decisione coraggiosa di registrare e documentare ogni incontro con gli uomini della ’ndrangheta, con i mezzi a disposizione in quegli anni, diventa fondamentale per dare forza alle sue denunce. Soprattutto quando riuscirà ad organizzare un incontro con il magistrato Roberto Pennisi, che per lui rappresenterà “il Falcone della Calabria”. Prove e dichiarazioni che hanno portato anche all’arresto di 48 esponenti di famiglie ’ndranghetiste, con l’operazione antidroga “Tallone d’Achille” su cui «sono state rigettate tutte le istanze, perché le prove erano inconfutabili», aggiunge Gaetano Saffioti.
«Misi subito un punto fermo con questo magistrato, gli dissi: “Dottore, deve essere chiara una cosa: io non devo andare via dalla Calabria, perché dobbiamo dare un messaggio fatto non di fragile speranza ma di solide certezze”. Se vogliamo che ci sia emulazione, dobbiamo dimostrare che la vita continua, anzi migliora, che continui a fare il tuo lavoro e che cerchi di crescere testimoniando sul territorio, non a distanza – spiega senza esitare Gaetano -. La paura non si vince con il coraggio, ma con una paura più forte. Più di essere ammazzato, c’è la paura di vivere con un rimorso per tutta la vita, quello di non aver cercato alternative – aggiunge Saffioti -. Denunciare vale tutti i sacrifici e le rinunce che si possono avere, per aver trovato la libertà e la dignità. Perché la dignità non si perde, si conquista e si difende, dico sempre».
Una legalità fattiva che Gaetano porta ai giovani, come esempio di una libertà possibile, ma anche alla società e alle istituzioni per ribadire il ruolo del lavoro per la dignità di chi denuncia. «Il testimone è una risorsa, non deve essere un peso – sottolinea l’imprenditore, che ha scelto di rinunciare agli aiuti economici destinati ai testimoni di giustizia -. Ho inviato decine di proposte a tutti i governi, negli anni, chiedendo che con le confische si crei un fondo per il lavoro, a cui possano accedere i testimoni di giustizia, con le stesse garanzie richieste da una banca e a cui pagare, come è giusto, gli interessi. Oppure, creare corsie equiparative che prevedano di destinare l’1% dei lavori pubblici, a parità di condizioni, a chi ha denunciato. In alternativa, ho proposto che dopo la confisca di un’attività, l’assegnazione vada anche ai testimoni che sarebbero capaci di gestirla».
La legalità richiede un cambio di mentalità quotidiano, da parte di ognuno. Ci crede Gaetano, definito eroe, che spiega: «Nella vita abbiamo una, due possibilità di dimostrarci eroi, ma tutti i giorni abbiamo la possibilità più importante di non essere vigliacchi girando la testa da un’altra parte, con omertà e indifferenza».
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