Federica Brignone ha vinto la medaglia d’oro nello slalom gigante alle Olimpiadi di Milano-Cortina, suscitando in tutti ammirazione ed entusiasmo. Buona parte del nostro atteggiamento gioioso è dovuto alla storia recente della Brignone, che otto mesi fa ha subìto una grave frattura di tibia, perone e del legamento crociato: ci è sembrato che la sua vittoria fosse la nostra vittoria contro le sventure della vita nelle quali talvolta possiamo incappare. Quindi una gioia doppia: per la vittoria di una nostra connazionale in una delle gare più importanti delle Olimpiadi e per la sua personale vincita contro gli incidenti della vita, nella quale ci siamo immedesimati.
Per avere una visione completa della condizione di salute di Brignone, quello che le ha permesso di conquistare l’oro olimpico, dobbiamo seguire alcune tappe della sua vita dopo l’incidente. Ha subìto più di un intervento ortopedico da parte dei migliori traumatologi italiani; è stata, inoltre, sottoposta per mesi a interventi riabilitativi intensivi ad opera di un’équipe di livello professionale molto elevato. Ma l’aspetto più cruciale è stato l’impegno fortissimo della nostra grande sciatrice per guarire e riprendere una condizione di salute che le permettesse di tornare a sciare. Non ha chiesto pause, nonostante provasse molto dolore, ma si è sottoposta docilmente ai programmi riabilitativi, con una totale dedizione per la conquista giornaliera di un piccolo progresso.
Perché ci occupiamo della Brignone, e del suo entusiasmante successo, in un ambito che riguarda le persone non più giovani e il loro comportamento? Ci collochiamo nella prospettiva di delineare “mondi possibili” ad ogni età, imparando ad attraversare le diverse vicende della vita, anche quelle più dure. Prima di tutto vorremmo che l’età non rappresentasse un limite ad interventi ortopedici compiuti da mani esperte entro il famoso limite temporale delle 48 ore (ancora troppo spesso non rispettato!). Fortunatamente, il tempo nel quale si riteneva inutile intervenire nelle persone molto vecchie che avevano subìto una frattura sono stati superati; sopravvivono ancora, però, in alcune aree, residui di “ageismo”, cultura dominante in passato, per la quale si riteneva inutilmente dispendioso qualsiasi atto di cura in persone che avevano superato una certa età. Vorremmo inoltre, per i nostri vecchi, i migliori ortopedici, con grandi capacità cliniche e, soprattutto, consci dell’importanza dei loro interventi per la sopravvivenza dei pazienti e per la ripresa di una vita normale. Vorremmo inoltre che gli anziani fratturati siano assistiti anche da geriatri, in grado di controllare le condizioni di salute, affrontando con sensibilità ed esperienza le crisi cliniche e psicologiche che nelle persone fragili si accompagnano alle fratture. Talvolta, la condizione di un anziano fratturato rappresenta l’inizio di una grave e veloce decadenza, se non vengono adeguatamente adottati interventi con la dovuta intensività, superando incertezze che provocano perdite di tempo preziose.
Dopo l’intervento chirurgico vorremmo sperare che la riabilitazione sia condotta in ambienti esperti, in grado di costruire progetti di cura adatti alle esigenze specifiche del singolo. Alla Brignone sono stati praticati gli atti riabilitativi più adatti per permetterle una ripresa rapida; anche negli anziani il piano riabilitativo deve essere mirato alla rimessa in piedi il più rapidamente possibile, sapendo quanto può nuocere il ricovero prolungato, e senza uno scopo preciso, in ambienti ospedalieri.
Ma l’aspetto più importante dell’insegnamento della Brignone è l’atteggiamento psicologico verso la guarigione, cioè la ripresa della vita normale, che per la grande sciatrice è stata la ripresa degli allenamenti, mentre per un anziano è il ritorno alle normali attività quotidiane, sia sul piano dell’attività fisica sia dell’attivazione psicologica. La Brignone ha temuto di non poter più tornare a gareggiare; in questa fase è stato per lei molto importante il supporto della mamma e del fratello, suo allenatore, che non l’hanno mai abbandonata e sempre supportata, in particolare nei momenti di sconforto, causato dai dubbi sulla reale capacità di tornare alle gare. Quanto è importante anche per la persona anziana che ha subìto una frattura essere accompagnata nel periodo della riabilitazione da persone disponibili, capaci di trasmettere ottimismo e affetto. La solitudine in questi momenti critici è la peggiore nemica sulla strada della ricostruzione di una vita normale; il dolore fisico e psicologico non trovano alcun lenimento e diventano ostacoli insormontabili alla ripresa dell’autonomia funzionale.
Quanto è avvenuto nel caso della Brignone è un esempio efficace, perché indica una strada possibile anche per le persone non più giovani. Una frattura (che costituisce per molti anziani un incubo, perché consci delle potenziali conseguenze) non deve rappresentare una strada senza uscita, ma l’inizio di un percorso di cure non facile e lungo, ma che nella maggior parte dei casi porta a risultati positivi e alla ripresa di una vita normale (o quasi). Una vittoria non rappresentata per l’anziano da una medaglia olimpica, ma dalla riconquista della serenità.
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