Una tecnica innovativa per gestire tremori e rigidità quando i farmaci non bastano più. Il 2026 è l’anno dell’Agenda nazionale
All’ospedale San Camillo di Roma si apre un nuovo capitolo nella cura del Parkinson. L’ospedale ha avviato gli interventi di stimolazione cerebrale profonda, una procedura che rappresenta una risposta importante per chi convive con questa malattia neurodegenerativa e non riesce più a controllarne i sintomi con i soli farmaci. Una notizia che riguarda centinaia di migliaia di italiani, considerando che nel Paese vivono oltre 300mila persone con questa diagnosi.
Come funziona la tecnica
Il Parkinson è una condizione insidiosa. All’inizio la terapia farmacologica funziona, i tremori si controllano, i movimenti rimangono fluidi. Ma la malattia è progressiva e col tempo le medicine possono perdere efficacia. I tremori tornano, la rigidità muscolare si fa sentire, i gesti quotidiani diventano faticosi. È in questi momenti che la stimolazione cerebrale profonda può fare la differenza. La tecnica esiste da oltre trent’anni, eppure ancora oggi sono pochissimi i centri pubblici italiani dove si pratica. Il San Camillo si aggiunge ora a questa rete, offrendo una possibilità in più ai pazienti del Lazio e non solo. L’intervento consiste nel posizionare elettrodi sottilissimi, appena un millimetro di diametro, in zone profonde del cervello. Una procedura che richiede precisione millimetrica, visto che questi elettrodi devono raggiungere nuclei di sostanza grigia grandi pochi millimetri.
Il pacemaker per il cervello
Il principio ricorda quello di un pacemaker cardiaco. Gli elettrodi vengono collegati a una batteria, solitamente impiantata sotto la clavicola, che genera impulsi elettrici costanti. Questi impulsi agiscono sui circuiti cerebrali alterati dalla malattia, riducendo tremori e rigidità, restituendo fluidità ai movimenti. Non si tratta di una cura definitiva, ma di uno strumento che migliora sensibilmente la qualità di vita quando le altre opzioni terapeutiche si rivelano insufficienti. Riccardo Antonio Ricciuti, responsabile della neurochirurgia del San Camillo, ha espresso soddisfazione per il traguardo. L’équipe lavora in stretta collaborazione con i neurologi dell’ospedale guidati da Claudio Gasperini e con gli specialisti del Campus Biomedico, coordinati da Vincenzo Di Lazzaro. In particolare, Massimo Marano, esperto di disturbi del movimento, segue i pazienti dalla selezione iniziale fino ai controlli successivi all’intervento, garantendo continuità assistenziale.
Una malattia mutevole
La maggior parte delle persone con Parkinson ha più di settant’anni, ma cresce il numero di diagnosi precoci. Sempre più spesso la malattia si manifesta prima dei sessant’anni, talvolta già intorno ai quaranta. Nell’ultimo anno sono state diagnosticate sedici mila persone che hanno iniziato le terapie. Significa che il Parkinson non colpisce solo gli anziani, ma entra sempre più spesso nella vita di persone ancora in piena attività lavorativa, con tutto ciò che questo comporta per loro e per le famiglie. Le conseguenze vanno oltre i sintomi motori. Perdere autonomia negli anni più produttivi della vita, dover riorganizzare il lavoro, affrontare le difficoltà quotidiane con rigidità e tremori: sono sfide che toccano non solo chi è malato, ma l’intero nucleo familiare. Ecco perché diventa fondamentale avere accesso a cure efficaci e a centri specializzati vicini a casa.
Un tavolo per fotografare i bisogni reali
La novità più importante per il futuro prossimo arriva dal fronte della programmazione sanitaria. Nel 2026 partirà un’indagine coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità insieme alla rete associativa della Confederazione Parkinson Italia, all’Associazione italiana parkinsoniani e all’Associazione italiana giovani parkinsoniani. Sarà la ricerca più ampia mai realizzata sui bisogni delle persone con Parkinson e delle loro famiglie. L’obiettivo è di raccogliere dati clinici, assistenziali, sociali ed economici che possano orientare le scelte della sanità pubblica. L’obiettivo è costruire un sistema di informazioni che funzioni allo stesso modo in tutte le Regioni italiane, con la capacità di distinguere i casi in base alla gravità della patologia. Si tratta di capire dove aprire nuove strutture, quali figure professionali assumere, come distribuire le risorse economiche in modo intelligente.
Nasce l’Agenda nazionale
Questa indagine si inserisce in un percorso più ampio. Ad aprile 2025 è nata la prima Agenda nazionale del Parkinson, uno strumento operativo che punta a trasformare le migliori pratiche regionali in linee guida valide per tutto il territorio nazionale. L’Agenda si muove in coerenza con il Piano nazionale cronicità e con le riforme previste dal PNRR sull’assistenza territoriale. L’idea è semplice: dove funziona bene, replicare. Evitare che l’accesso alle cure dipenda dalla regione in cui si vive. Garantire formazione agli operatori sanitari, potenziare i servizi di riabilitazione, sviluppare la telemedicina per seguire i pazienti anche a distanza. Sono obiettivi concreti che possono cambiare la vita quotidiana di migliaia di persone.
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