Mia nipote non lo saprà mai, mia figlia lo sa ma non ci pensa, però… fino al 1945 noi donne non godevamo del diritto di voto. Era come essere estensioni del pensiero del proprio marito o padre, la vita pubblica ci escludeva totalmente, non potevamo esprimere le nostre opinioni né farci notare in alcun modo. Non avevamo corpo sociale, le più fortunate regnavano sullo spazio privato della casa, tutte prese da un costante faticoso lavoro di cura che non aveva nessun riscontro, nessun rimborso e non suscitava nessuna gratitudine.
Ho qui sulla scrivania un allegro calendario prodotto dall’UDI (Unione Donne Italiane) e regalato dalla Fondazione Una Nessuna Centomila, si intitola Mimosa Sovversiva, è grigio senza essere triste, come un vecchio film in bianco e nero. È percorso, mese dopo mese,da esplosioni di giallo, piccoli mazzi di sole, stretti nelle mani delle ragazze. E racconta del tempo passato. Incomincia così: “Nel 1946, dopo il crollo del regime fascista e la fine della Seconda guerra mondiale, si apre per l’Italia una nuova stagione di speranza e di ricostruzione sociale, politica e culturale. Il tema dell’emancipazione femminile e del ruolo sociale e politico delle donne si intreccia con la rinascita democratica. Le donne italiane, forti del ruolo assunto durante la guerra e la Resistenza, rivendicano con determinazione i propri diritti civili e politici a cominciare dall’estensione del suffragio universale”.
È una Italia che posso soltanto immaginare, l’ha raccontata bene il cinema con C’è ancora domani di Paola Cortellesi, un piccolo film senza grandi pretese, che ha raggiunto un successo clamoroso. Mondiale.
Sempre in quell’anno, il 1946, l’Unione Donne Italiane proclamò l’8 marzo Giornata internazionale della donna e la mimosa fiore simbolo della rinascita.
Quante ce ne hanno regalate di mimose da allora! Colleghi, compagni, mariti, padri, fratelli. Ma anche l’idraulico, l’elettricista e lo spacciatore di fagiolini (al mercato sotto casa, io abito a un passo da Campo de’ Fiori, i banchi ormai sono pochi, la maggioranza vende pasta tricolore e grembiuli con scritte allegramente oscene).
Un giorno o l’altro ne parleremo del degrado del centro storico della Capitale. Per adesso torniamo alle mimose e agli auguri: “Buona Festa della donna”, ci dicono.
A quanti, nel corso degli anni, abbiamo risposto che non volevamo essere festeggiate un giorno all’anno. Che non volevamo le maledette mimose. E tantomeno i loro auguri. Auguri di che cosa? Di continuare a essere umani di serie b, sottoposte a tutela, prima del padre, poi del marito e poi, eventualmente, del Padreterno?
Ne abbiamo calpestati parecchi, di mazzolini di fiori gialli. E invece no, non avremmo dovuto. Sentite qua: “Sovversiva lo fu davvero, la mimosa, nel senso letterale del termine, se è vero che tale fu considerata a partire dal 1948 dal ministro Scelba, che farà fermare e arrestare le ragazze dell’UDI che la diffondevano insieme ai volantini”. Non era un omaggio floreale neutrale e celebrativo, all’epoca, era uno dei primi segnali del risveglio delle masse femminili dal lungo sonno che la società aveva loro imposto, facendole sparire nel chiuso delle famiglie.
Grazie al riscaldamento globale, il mese scorso – in pieno inverno – su parecchi degli alberi che si affacciano sul viottolo di casa mia, a Canino, le mimose erano già fiorite, come bandiere di luce sventolavano gialle.
Ne ho tagliato alcuni rami.
Le ho portate a Roma, mi sono resa conto che le guardavo con altri occhi. Le ho infilate in un vaso, dove sono appassite dolcemente, sporcando appena, restando belle.
Offritemele pure, per l’8 marzo, le mimose. Ditemi: buona Festa della donna. Non vi prenderò in giro per questo omaggio stantio, per questa ricorrenza che compie ottant’anni. Coglierò l’occasione per contemplare la strada percorsa da noi donne, le piccole conquiste e le grandi. Dal diritto di interrompere una gravidanza non voluta (ci sono già tanti infelici al mondo, volete aggiungere anche un bambino non amato?) al diritto di mettere fine a un matrimonio svuotato di senso (meglio il divorzio che una coltellata nella schiena, no?). Mi congratulerò con me stessa, con tutte noi, perché abbiamo imparato a rispettare noi stesse e a rispettarci l’un l’altra. Mi riprometterò di pretenderlo, il rispetto, anche dagli uomini più ottusi e deboli, quelli che hanno bisogno di avere una donna sotto per illudersi di essere potenti. Non è ancora finita la nostra guerra sotterranea. Quello che è finito è il tempo delle recriminazioni. È finito il culto lamento, della rivendicazione senza sbocchi. Niente lagne, quella stagione è finita.
Armate dell’oro delle mimose, siamo pronte, dopo ottant’anni di esercitazioni, a fare sul serio. Vogliamo parità di salari e stipendi, ma differenza di sguardi e sentimenti, vogliamo poter vincere senza dover imitare gli uomini. Siamo tante, siamo diverse, le une dalle altre, e tutte quante da voi.
Siamo forti e determinate. Ma non abbiate paura, male che vada avrete una giornata internazionale tutta per voi. Tanti auguri per la festa internazionale dell’uomo. Un mazzolino di fiori di cactus?
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