Se le montagne italiane potessero parlare, probabilmente si rivolgerebbero a noi come il protagonista del film Into the Wild: «La felicità è reale solo se condivisa». Ma oggi, tra Alpi e Appennini, quella felicità sembra somigliare sempre più a un ricordo. La gioia della neve, del silenzio, delle stagioni che si susseguono, si sta assottigliando, così come l’idea stessa di montagna.
Perché le nostre Alpi, in realtà, ci parlano da tempo. Parlano con il rumore ovattato delle estati che si allungano, con i ghiacciai che arretrano anno dopo anno, con lo zero termico che si sposta sempre più in alto.
Questa lenta trasformazione della nostra montagna la racconta bene il rapporto Nevediversa 2025 di Legambiente: gli impianti sciistici dismessi in alta quota sono ormai 265, disseminati lungo tutto l’arco alpino e appenninico. Accanto a quelli definitivamente chiusi, molti altri sopravvivono in una condizione sospesa, aprendo quando il meteo lo concede e chiudendo quando la neve manca. Non sono soltanto strutture arrugginite o abbandonate, sono i resti di un modello economico che si sta sgretolando davanti alla crisi climatica.
Nel frattempo cresce l’altra faccia della montagna contemporanea, quella che prova a compensare l’assenza della neve naturale fabbricandola. I bacini per l’innevamento artificiale si moltiplicano, divorando acqua ed energia per mantenere in vita piste che il cambiamento climatico rende sempre più instabili. Quella che doveva essere una soluzione di emergenza è diventata la nuova normalità. Ma è una normalità fragile, costosa, e soprattutto legata a un’idea di montagna che continua a inseguire il passato.
Dietro questi drammatici numeri ci sono paesi che lottano per non scomparire e generazioni che rischiano di non conoscere più la montagna come l’abbiamo conosciuta noi. In molte località la dipendenza dal turismo invernale ha prodotto una monocultura economica incapace di adattarsi ai cambiamenti. È lo stesso modello che ha creato valli sovraffollate, saturate di infrastrutture e visitatori, e altre completamente svuotate, dove i residenti sono ormai poche decine rispetto alle migliaia del dopoguerra.
Ma forse la montagna sta sussurrando qualcosa: chiede un nuovo patto con chi la vive ogni giorno, non solo con chi ci trascorre “la settimana bianca”. Per troppo tempo l’abbiamo considerata una risorsa da sfruttare, e non un ecosistema vivo, fatto di equilibri delicati e tempi lenti.
Gli scienziati parlano ormai di “siccità di neve” e di “snow loss cliff”, il precipizio della perdita di copertura nevosa che si innesca quando le temperature superano determinate soglie. La neve non scompare gradualmente: resiste, poi crolla. E quando crolla, cambia tutto. Meno neve significa meno riserve idriche per l’estate, meno stabilità per i territori, meno continuità economica per intere comunità.
In questo scenario, continuare a investire nella montagna come se il clima fosse rimasto immobile, appare sempre più come una rimozione collettiva. Il problema non è lo sviluppo, ma l’idea che lo sviluppo debba coincidere con l’espansione continua delle infrastrutture sciistiche. Le montagne non hanno bisogno di essere salvate con nuove piste o nuovi impianti, ma di essere ripensate. Di immaginare un turismo capace di esistere in tutte le stagioni, di valorizzare la cultura locale, i paesaggi, la biodiversità, l’agricoltura di quota, l’outdoor che non dipende esclusivamente dalla neve.
La vera sfida è culturale prima ancora che economica. Significa accettare che la montagna non possa più essere un parco divertimenti invernale costruito su misura per i nostri desideri urbani. Significa riconoscere che il futuro della montagna coincide con il futuro delle comunità che la abitano, con la loro capacità di restare, lavorare, innovare senza snaturare il territorio.
Le montagne italiane continuano a parlarci. Sta a noi decidere se ascoltare queste parole come un rumore di fondo o come un messaggio urgente. Perché forse il vero cambiamento non riguarda solo la montagna, ma il modo in cui scegliamo di abitare il mondo.
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