Da pater familias a papà alla pari, secoli di storia e rivoluzioni sociali stanno riscrivendo il codice della genitorialità
La metamorfosi del ruolo paterno attraverso i secoli segna una delle più radicali rivoluzioni sociologiche dell’Occidente. Da figura di puro potere – quella che comandava, puniva, decideva – si è trasformato, lentamente e non senza resistenze, in qualcosa di radicalmente diverso: un uomo presente, emotivamente disponibile, disposto a condividere il peso della cura, senza rivendicarne (se non in rari casi) l’esclusività.
Nell’antica Roma, il pater familias non è semplicemente un genitore, ma un’istituzione giuridica e religiosa dotata della patria potestas, un potere che si estende fino al diritto di vita e di morte sui figli. È lui il sacerdote del focolare, proprietario unico dei beni e arbitro dei destini familiari. Un esempio estremo di questa autorità è Lucio Giunio Bruto, fondatore della Repubblica, che non esita a condannare a morte i propri figli per aver complottato contro lo Stato, incarnando l’idea che il ruolo civile e legale del padre sovrasti qualunque legame di sangue.
Con la diffusione del Cristianesimo, questa struttura subisce una variazione significativa. Se da un lato la Chiesa rafforza l’idea di una gerarchia patriarcale speculare a quella divina, dall’altro introduce il concetto di protezione morale. Il padre medievale diventa il custode dell’anima dei figli, colui che deve guidarli verso la salvezza attraverso una disciplina ferrea, finalizzata al bene eterno ma – prima di tutto – terreno. Una figura esemplare in questo senso è Carlo Magno: un sovrano assoluto descritto come un padre estremamente presente, che insiste per cenare e viaggiare sempre con le figlie, pur mantenendo su di loro un controllo totale, specialmente matrimoniale, così da preservare l’integrità del Sacro Romano Impero.
Nel Rinascimento, il padre continua a essere il garante della trasmissione del nome e del patrimonio. Un nome per tutti è quello di Cosimo de’ Medici, che modella i suoi figli, in primis il più famoso dei due – Lorenzo -, rendendoli strumenti della potenza finanziaria e politica della casata e subordinando senza rimorsi l’affetto alla strategia e alla gloria della famiglia. Nel Secolo dei Lumi nulla cambia: re e imperatori (specchio della società che governano) hanno il pieno controllo della vita sui sudditi e sui figli che possono fare arrestare, torturare e persino uccidere. È il caso dello zar di tutte le Russie, Pietro il Grande, che sacrifica lo zarevic Aleksej sull’altare della ragion di stato.
L’Ottocento segna l’apice del padre autoritario e distante, figura centrale della letteratura e della storia del tempo. È il secolo del “padre-padrone” di stampo borghese, che comunica attraverso il comando e il silenzio. Un caso poco noto ma rappresentativo è quello di Edward Barrett Moulton-Barrett, padre della poetessa Elizabeth Barrett Browning, che proibì severamente a tutti i suoi dodici figli di sposarsi, considerandoli come proprietà privata del suo patrimonio. Quando Elizabeth fuggì segretamente per sposare Robert Browning, non la perdonò mai, rifiutandosi di leggere le sue lettere e diseredandola.
È Franz Kafka a dare la chiave psicologica di quell’epoca. Il rapporto con suo padre Hermann – fatto di timore reverenziale, senso di inadeguatezza, colpa permanente – è il ritratto interiore di un’intera civiltà. Non serve la violenza fisica quando basta quella emotiva.
Il fascismo raccoglie questa tradizione e la porta alle estreme conseguenze: il padre è il capo della famiglia come il Duce è il capo della Nazione. Forma ma non consola; educa attraverso una rigida disciplina. Il modello sopravvive indenne alla guerra e al dopoguerra: negli anni del miracolo economico, il marito lavora, la moglie sta in casa, i figli obbediscono. La minaccia: “Aspetta che arrivi tuo padre!” ha atterrito intere generazioni.
Poi arriva il ’68: la contestazione giovanile e i movimenti femministi attaccano il patriarcato alle fondamenta, e il padre inizia la sua lenta, faticosa discesa dalla cattedra. La generazione nata negli anni Sessanta, divenuta genitore nei Novanta, inventa una figura nuova, il padre alla pari. Quello che va ai colloqui di scuola, che prepara la colazione, che accompagna il figlio a comprare le scarpe. Accanto a lui ci sono i padri single – vedovi, divorziati – che si trovano a fare da soli cose che la tradizione aveva sempre delegato alle madri: il dialogo emotivo, la mediazione dei conflitti, la cura del benessere dei figli. E poi quelli che, consapevolmente, scelgono di rinunciare alla carriera pur di non perdere la crescita dei loro bambini.
Ciò che li accomuna è la disponibilità a mostrare le proprie fragilità. Una sensibilità che non segna il tramonto della figura paterna, ma ne è la sua forma più matura. Nelle piccole cose – la domanda “come ti senti?” posta senza fretta, la capacità di ascoltare – vive una paternità che il pater familias romano non avrebbe mai riconosciuto come tale.
Eppure, l’immagine è più avanti della realtà. In Italia, il tasso di occupazione dei padri è ancora all’86,3%, contro il 57,2% delle madri. I numeri raccontano che la distribuzione dei carichi familiari rimane profondamente asimmetrica, e che il cambiamento culturale, per quanto reale, non ha ancora trovato una sponda strutturale adeguata. Il dibattito del prossimo decennio dovrà andare oltre la semplice presenza affettiva: serviranno congedi paritari obbligatori, politiche concrete sul gender pay gap, il superamento definitivo del modello del capofamiglia. Solo attraverso questi cambiamenti normativi ed economici sarà possibile completare la decostruzione del sistema patriarcale. Il padre del futuro si sta ancora costruendo.
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