Cristiano Godano e Riccardo Tesio, alla vigilia del tour che celebra il trentennale dell’album. Dalla casella postale di Cuneo ai grandi palchi dei club, la band riflette sul potere dell’arte di farsi rifugio e sulla sfida di restare curiosi mentre il tempo corre verso i sessant’anni
Formatisi nel 1988, i Marlene Kuntz sono una delle band più longeve del rock italiano. Il loro stile, pur nelle logiche evoluzioni temporali, è rimasto legato alle ricerche a metà strada tra sperimentazione e noise-pop, tra post-punk e grinta acustica dei loro inizi, sempre arricchite da testi ermetici e lirici. Eccellenti “animali da palcoscenico”, i cinque, guidati dal fondatore e chitarrista Riccardo Tesio e dal cantante e paroliere Cristiano Godano, sono oggi pronti per sprigionare la loro energia in un tour che toccherà i club più prestigiosi, compresi l’Orion di Ciampino (RM)(il 20 marzo), l’Alcatraz di Milano (il 26), l’Hiroshima Mon Amour di Torino (l’8 aprile) e il Demodé Club di Modugno (BA), ultimo del roster, il 18.
Sarà dedicato al loro album più tosto e più famoso, Il Vile, di cui ricorre il trentennale dalla prima uscita e che verrà ristampato per l’occasione in vinile colorato con l’aggiunta di un libretto di 16 pagine in formato A4, con una tavola per ogni canzone e 3 cartoline, firmato dall’illustratore Alessandro Baronciani. «Non volevamo fare una ristampa ‘normale’, volevamo aggiungere qualcosa di diverso», ci dicono Tesio e Godano. «Con la speranza che questa edizione riesca a conquistare nuovi ascoltatori, che possono essere attratti anche dal packaging un po’ diverso. L’idea del fumetto ci è piaciuta molto e abbiamo trovato un disegnatore interessante, che conosceva già l’album per averlo ascoltato all’epoca e che ha aggiunto delle microstorie relative a ciascuna canzone. Sono la sua interpretazione dei brani, che può essere interessante da valutare e confrontare con la propria».
“Colpire al cuore e conquistare il tuo stupore io non lo so fare” erano tra le parole della canzone che dava il titolo all’album. Eppure, in qualche modo, quel disco di trent’anni fa colpì al cuore e conquistò lo stupore del panorama musicale italiano. Come ci è riuscito?
Probabilmente per alcune nostre caratteristiche, soprattutto la performance dirompente sul palco e la serietà artistica di ciò che facciamo, che sono arrivate alla disponibilità di molti nell’ascoltare più volte le canzoni, nel capirne i testi. Ci sono molti esegeti di quei testi, ed essere riusciti a catturare la loro attenzione indica uno dei motivi per cui questo album è ancora attuale. La proposta musicale poco italiana nel suono e in grado di non sfigurare con i modelli di riferimento internazionali è un altro.
Gli anni Duemila non sono stati clementi con il rock, che è ormai fuori dal mainstream commerciale e culturale. Il suo ultimo periodo di splendore risale agli Anni 90, quando esplosero grunge, nu-metal e pop-punk, poi il nulla. È ormai un genere moribondo?
No. Da quando abbiamo iniziato a suonare si diceva “il rock è morto”, perché stava scoppiando il rap e imperversava la new wave elettronica. Poi nei ’90 è arrivato il grunge a riportarlo in auge. Sono ondate, periodi. Conosciamo parecchi giovani che stanno formando delle band. Vediamo in giro la voglia di mettere le mani sugli strumenti, di suonare. Magari ci sarà presto una nuova ondata.
Lo scrittore cileno Luis Sepulveda diceva: “Un libro è l’antidoto contro il terribile veleno della vecchiaia”. Pensate sia vero anche per un disco?
Per quanto riguarda i libri, è senz’altro così. La lettura di un romanzo ti immerge in un mondo ‘altro’, hai la possibilità e l’occasione di fuggire e di rifugiarti nell’arte. Cosa che speriamo succeda anche a noi, visto che il mondo in cui viviamo ha le sue complessità, e questo è un eufemismo. Per la musica è diverso, dato che con l’età tendiamo ad ascoltarne meno di una volta e ad ascoltare quella che ci ha formato. Questo perché pare che l’imprinting musicale che noi otteniamo da giovani, quando siamo accesi di passioni e riceviamo un sacco di informazioni, rimanga intatto per tutta la vita. Non è un buon antidoto contro la vecchiaia, perché ci si difende dalla vecchiaia mantenendo un senso di stupore, rinnovando la propria curiosità, cercando di mantenersi vivaci intellettualmente. Se uno rimane un po’ fermo su quello che ha acquisito in precedenza, potrebbe trovarsi in una situazione per certi versi ambigua.
Voi andate per i 60 anni. Pensate che un artista over debba avere un ruolo di responsabilità nei confronti dei giovani, sia ascoltatori che musicisti?
Noi il senso di responsabilità ce lo poniamo, dal secondo album. Quando uscì il nostro primo disco – e poi per tutti gli altri finché non è arrivato Internet – scrivemmo: “Per dialogare: casella postale 181, 12100 Cuneo”. Era un invito a farci arrivare dei feedback. La gran parte delle lettere erano focalizzate sui testi e Cristiano veniva investito di affermazioni roboanti, tipo “sei un poeta”, “scrivi quello che non sono in grado di scrivere”, “mi metti in bocca parole che non so utilizzare”. Ci siamo resi conto che era necessario essere coscienziosi nell’uso delle parole, per motivi sia etici che estetici. Non è una faccenda che ha a che fare con i nostri 60 anni: cerchiamo di essere responsabili da trent’anni a questa parte.
© Riproduzione riservata
