Nel 1587, un centinaio di coloni inglesi si stabiliscono su un’isola al largo della Carolina del Nord. Tre anni dopo, spariscono nel nulla. Il ‘cold case’ più antico d’America attende ancora una risposta definitiva
È il 1587 e Sir Walter Raleigh, avventuriero inglese e – prima della sua caduta in disgrazia – favorito della regina Elisabetta, organizza una spedizione verso le coste del Nuovo Mondo. Non si tratta di un gruppo di esploratori alla ricerca di metalli preziosi e nuove rotte commerciali. Su quella nave viaggiano diciassette donne, undici bambini, una novantina di uomini. Tutti pronti a restare per sempre in quella terra selvaggia e misteriosa.
Il governatore della colonia è John White, che aveva già tracciato mappe di quei territori durante una spedizione precedente. Il 22 luglio i coloni si insediano sull’isola di Roanoke, lungo la costa della Carolina del Nord, in un territorio già percorso da tensioni: il precedente gruppo di inglesi, arrivato nel 1585 con una missione militare, era stato cacciato dalle tribù locali inferocite per i soprusi subiti. I Secotan, che dominavano quella zona, non avevano dimenticato. L’arrivo delle famiglie trova dunque un clima già avvelenato, anche se alcune tribù, come i Croatoan dell’isola omonima, rimangono amichevoli. In questi momenti di iniziale, pacifica convivenza, il 18 agosto, nasce Virginia, figlia di Eleanor White e Ananias Dare. La prima inglese a nascere nelle Americhe.
Poche settimane dopo lo sbarco, White capisce che i rifornimenti non bastano. Deve tornare in Inghilterra. Prima di salpare, stabilisce un accordo con i coloni: se si fossero spostati, avrebbero inciso il nome della destinazione su un albero o su un palo. In caso di pericolo, avrebbero aggiunto una croce di Malta. Poi parte. E qui la storia prende una piega imprevista.
L’Inghilterra è in guerra con la Spagna. L’Invincibile Armata tiene impegnata tutta la flotta disponibile e White non riesce a tornare per tre anni. Quando finalmente approda di nuovo a Roanoke, nell’agosto del 1590, è accolto da un silenzio spettrale. Le case sono smantellate con ordine, come se qualcuno avesse fatto i bagagli con calma. Non ci sono segni di lotta, non ci sono corpi. Non c’è la croce di Malta. C’è solo una parola incisa su un palo della palizzata: ‘CROATOAN’. E su un albero vicino, le lettere ‘CRO’. Dei coloni e della piccola Virginia nessuna traccia.
White vorrebbe spingersi fino alla vicina isola di Croatoan per verificare, ma una tempesta improvvisa e l’ammutinamento dell’equipaggio lo costringono a invertire la rotta. Salpa verso l’Inghilterra per non tornare mai più. In pochi si dedicarono con il dovuto impegno al ritrovamento di quelle persone. Tra questi, Raleigh che organizzò cinque spedizioni a proprie spese.
Per secoli le ipotesi si sono accumulate. La più drastica ha evocato un massacro: i Secotan, avrebbero atteso il momento giusto per colpire. Ma l’assenza di segni di violenza e lo smantellamento ordinato delle abitazioni rendono questa versione poco convincente.
Un’altra ipotesi chiama in causa una siccità, documentata tra il 1587 e il 1589, che avrebbe reso impossibile nutrirsi. Stremati dalla fame e dalle malattie, i coloni si sarebbero dispersi in piccoli gruppi alla ricerca di cibo e riparo. Era, del resto, una strategia concordata: dividersi per non formare un gruppo numeroso che nessuna tribù nativa avrebbe potuto sfamare.
La terza è anche la più pragmatica. Quella parola, ‘CROATOAN’, non sarebbe un messaggio ma un indirizzo. I coloni avrebbero lasciato Roanoke volontariamente, dirigendosi verso l’isola dei Croatoan, tribù alleata, a una settantina di chilometri a sud. L’assenza della croce di Malta – il segnale di soccorso concordato – indica che la partenza avvenne senza panico.
A dare sostanza, ma non certezza, è arrivata la tecnologia. Gli esperti del British Museum, usando la riflettografia a infrarossi sulla mappa originale di White – la Virginea Pars conservata a Londra dal 1866 – hanno fatto una scoperta inattesa. Sotto una piccola toppa di carta era nascosto il simbolo di un forte nell’entroterra, nel nord-est della Carolina del Nord.
Quella scoperta ha guidato gli archeologi della First Colony Foundation verso il “Sito X”, a circa ottanta chilometri dall’insediamento originale. Lì sono emersi frammenti di ceramica di manifattura inglese e piccoli oggetti metallici di uso quotidiano. La colonia si sarebbe dissolta lentamente, dividendosi tra chi andò verso Croatoan e chi si spinse nell’entroterra, cercando rifugio presso tribù amichevoli.
Lo studio più recente, pubblicato nel 2024 da Scott Dawson nel libro The Lost Colony and Hatteras Island, punta decisamente verso Hatteras, l’antica Croatoan. I reperti europei trovati lì nel corso degli anni, tra cui anelli d’oro e porcellane, e i racconti delle comunità locali, disegnano uno scenario di integrazione progressiva tra i coloni e la popolazione indigena.
Gli inglesi di Roanoke avrebbero rinunciato alla propria identità per sopravvivere, assimilandosi nelle tribù vicine, sbiadendo lentamente nei tratti somatici e nelle memorie collettive dei nativi.
E la piccola Virginia Dare? Era stato il simbolo vivente delle speranze coloniali. Il nonno la lasciò quando aveva nove giorni e non la rivide mai più. Il suo destino sconosciuto ne ha fatto, nei secoli, una figura misteriosa. La leggenda più nota la vuole trasformata in una cerva bianca da uno sciamano geloso. Nel Novecento sono comparse le “Dare Stones”, pietre incise che narravano di un massacro in cui Virginia e suo padre sarebbero stati uccisi nel 1591, quasi certamente dei falsi secondo gli studiosi, ma sufficienti ad alimentare un’altra versione popolare del suo destino. Oggi il suo nome viene celebrato nei festival estivi della Carolina del Nord, stampato su francobolli, scolpito nei monumenti.
Quattro secoli di proiezioni su una bambina di cui non si sa quasi nulla. Né se sia sopravvissuta all’infanzia, né dove sia vissuta. Di lei restano solo una data e un luogo: 18 agosto 1587, Roanoke. Ed è questo vuoto a renderla immortale.
(dal numero della rivista 50&Più Giugno)
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