“Rinnovare il Futuro” è il piano elaborato dall’ex fuoriclasse nel 2011 con oltre 50 esperti per rifondare i settori giovanili. Ed è tornato al centro del dibattito dopo la terza consecutiva mancata qualificazione azzurra ai Mondiali.
Il puntuale ritorno del dossier Baggio
C’è un documento che torna a circolare ogni quattro anni, puntuale come un appuntamento che nessuno vuole mancare. Si chiama Rinnovare il Futuro, è lungo 900 pagine e porta la firma di Roberto Baggio. Lo hanno ribattezzato “dossier Baggio”, ed è riemerso con forza dopo l’ennesima sconfitta della Nazionale. La terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali, questa volta dopo la sconfitta contro la Bosnia Erzegovina agli spareggi.
Un risultato che ha travolto tutto (Gabriele Gravina si è dimesso da presidente della FIGC, Gennaro Gattuso ha lasciato la panchina azzurra) e ha riacceso il dibattito su cosa non funzioni, strutturalmente, nel calcio italiano. E in quel dibattito, inevitabilmente, è rispuntato lui: il dossier. Quasi un Sacro Graal, inaccessibile e mitizzato, custodito per oltre un decennio in un cassetto che nessuno ha mai davvero aperto.
Cosa contiene “Rinnovare il Futuro“
Il documento fu presentato il 20 dicembre 2011 al Consiglio federale, circa un anno e mezzo dopo che Baggio era stato nominato presidente del Settore tecnico della FIGC. Il ruolo gli era stato affidato dal presidente di allora Giancarlo Abete, insieme ad Arrigo Sacchi come coordinatore delle Nazionali giovanili, in risposta al disastroso Mondiale 2010, quando l’Italia uscì dal girone eliminatorio con Paraguay, Slovacchia e Nuova Zelanda. Alla stesura avevano contribuito oltre 50 persone, coordinate da Baggio stesso, dal suo storico agente e collaboratore Vittorio Petrone, e dall’imprenditore ed ex allenatore Adriano Bacconi.
Il dossier è suddiviso in sette capitoli: analisi del calcio italiano, panoramica internazionale, mappa del progetto, organizzazione della fase sperimentale, studio della tecnologia, studio della metodologia e, infine, analisi dei costi. Quest’ultimo capitolo arrivava a dettagliare persino quali computer o stampanti la Federazione avrebbe dovuto acquistare. La parte analitica si basava su dati raccolti da Deltatre, azienda torinese specializzata in tecnologie informatiche per lo sport che, stando a quanto riferito dallo stesso Petrone in una recente intervista , fu l’unica voce effettivamente finanziata dalla FIGC in relazione all’intero progetto.
Centri federali, telecamere e fine del risultatismo
Il cuore del piano era la creazione di cento Centri di Formazione Federale distribuiti su tutto il territorio nazionale. Ogni centro avrebbe seguito un modello metodologico uniforme, elaborato e monitorato dal settore tecnico della FIGC.
L’obiettivo era duplice: formare meglio i tecnici, trasformandoli da allenatori orientati al risultato in veri e propri “maestri di calcio”; e individuare i talenti in modo sistematico, sottraendo le nazionali giovanili alle influenze dei procuratori sportivi. Le sessioni di allenamento sarebbero state riprese da telecamere, per verificarne la conformità alle linee guida federali. Ogni lunedì, in tutta Italia, si sarebbe svolta la stessa sessione di lavoro tecnico, un meccanismo che avrebbe consentito comparazioni, filtri e selezioni su base realmente meritocratica.
Sul piano metodologico, l’idea era chiara: più palla, meno tatticismo. Baggio spingeva per rimettere la tecnica individuale al centro dell’allenamento, già a partire dalle fasce d’età più giovani. Nelle categorie di base, sotto i tredici anni, il dossier prevedeva di eliminare la classifica e il risultato, per spostare l’attenzione sul percorso formativo. Formazione calcistica e scolastica sarebbero state integrate, con attenzione anche alla dimensione psicologica e comportamentale dei ragazzi. Soluzioni già adottate, con modalità diverse, in Inghilterra, Francia e Germania: tre Paesi che non a caso continuano a produrre calciatori di alto livello.
I dieci milioni che non arrivarono mai
Il budget stimato era di dieci milioni di euro per i primi tre anni. Una cifra relativamente contenuta, tenuto conto della portata del progetto: tre milioni all’anno, da coprire in parte con un contributo di 40-50mila euro a carico di ciascuna delle società calcistiche professionistiche. L’idea era che quel contributo fosse simbolico quanto pratico, una sorta di adesione condivisa al progetto, non solo un finanziamento.
Il Consiglio federale approvò formalmente il progetto. Ma i fondi, stando alla ricostruzione di Baggio e Petrone, non arrivarono mai. Nel gennaio 2013, il “Divin Codino” si presentò al Tg1 con il dossier fisicamente sul tavolo accanto a lui, e disse che era rimasto “lettera morta”. Aggiunse anche di aver aspettato cinque ore per avere appena un quarto d’ora per presentarlo al Consiglio federale, e di aver smesso di partecipare alle riunioni federali quando si rese conto di non avere diritto di voto e che quelle assemblee poco avevano a che fare con il suo incarico. Dopo quella dichiarazione, Baggio non tornò più sull’argomento.
Le resistenze interne: chi bloccò il progetto
A parlare, ora, è soprattutto Petrone, che nella tarda serata del 7 aprile scorso ha rilasciato una lunga intervista al videopodcast Cronache di Spogliatoio, portando con sé una copia fisica del dossier. Petrone ha indicato nella Lega Nazionale Dilettanti e nell’Associazione Italiana Allenatori di Calcio i principali oppositori del piano che, secondo la sua lettura, avevano interesse a preservare gli equilibri esistenti piuttosto che sovvertirli. Gli interessi di categoria sembravano prevalere su quelli di sistema. Dall’altra parte, l’allora presidente Abete ha sempre sostenuto che i fondi erano stati stanziati e che fu Baggio stesso a non dare seguito operativo al progetto.
La verità, probabilmente, sta da qualche parte nel mezzo. Quel che è certo è che il progetto non fu mai attuato, e che la FIGC non lo ha mai reso pubblico. Petrone ha portato in trasmissione una copia stampata su un solo lato dei fogli.
Un progetto ancora applicabile
Il progetto sembrerebbe realizzabile ancora oggi. Anzi, con i progressi tecnologici degli ultimi quindici anni ne avrebbero anzi migliorato le performance analitiche. Di certo la FIGC, proprio nelle settimane in cui si discute nuovamente del dossier, ha avviato un nuovo programma per il calcio giovanile che condivide alcune delle premesse di Rinnovare il Futuro: più attenzione alla tecnica individuale, meno enfasi sul risultato nelle categorie più giovani. Un segnale, forse. Ma anche la conferma che certe idee erano già lì, scritte, vent’anni fa.
Baggio, nel frattempo, non ha rilasciato dichiarazioni. Petrone ha precisato di non averlo sentito prima di tornare a parlare del dossier. E con la FIGC in piena transizione, un nuovo presidente da eleggere, un nuovo commissario tecnico da nominare, il grande documento della riforma del calcio italiano resta quello che è sempre stato. Una promessa non mantenuta, e un’occasione che il sistema non ha saputo cogliere.
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