«Ho cominciato molto presto a interrogarmi sul tempo. Quanto durava davvero un anno, quanti anni avrei impiegato per diventare grande, quanti anni sarei rimasta grande prima di diventare vecchia. Quindi povera. E brutta.
Ho cominciato molto presto ad avere paura del trascorrere delle ore, dei giorni, delle settimane, avvertivo una forza
tumultuosa, come un torrente in piena che minacciava la mia incolumità. Se diventare grande era quella clamorosa fregatura, toccava trovare un rifugio, un porto franco, una bolla fuori dal tempo». Così recita, dopo pochi minuti di spettacolo, Alessandra Faiella, in Age Pride, monologo tratto dal mio omonimo, fortunatissimo saggio sull’orgoglio di aver vissuto. Il pubblico è lì, nel buio, e freme e ride, e alla fine ha gli occhi lucidi. Per il gran ridere? Perché l’ho fatto piangere? Certo ho messo il dito (le parole?) in una piaga infetta del vivere contemporaneo: siamo il secondo Paese più vecchio al mondo (il primo è il Giappone). Noi over 65 siamo il 24% della popolazione italiana (oltre 14 milioni di persone), eppure la maggior parte di noi si vergogna della sua età, fa di tutto per nasconderla, si atteggia a eterno giovinetto (lui), altera i propri lineamenti (lei), si pialla eventuali ristagni adiposi (sempre lei), insomma, soffre. E non sa darsi pace. L’orgoglio di aver vissuto, che seguirà allo sterminio degli stereotipi “ageisti”, è ancora lontano. Ascoltate la voce nemica di Giuseppe Gioachino Belli:
«Sospettosi lunatici testardi/pieni di frenesie nella capoccia/e spinosi per Dio più de li cardi».
Non necessariamente, caro Poeta. Ben prima di te, qualcuno si dimostra più rispettoso: «Come approvo il giovane in cui c’è qualcosa di senile, così approvo il vecchio in cui c’è qualcosa di adolescente: chi segue questa regola potrà essere vecchio nel corpo, ma non lo sarà mai nello spirito».
Grazie, Cicerone, insigne maestro.
E grazie anche ad un testo intitolato Lo zen e l’arte di invecchiare bene, scritto da Susan Moon. Leggete qui:
«Sulla parete sopra alla mia scrivania ho appeso un cartello: “Non pensare neanche per un istante che non morirai”. Che lo crediate o meno, quella scritta mi rende felice ogni volta che la guardo. Mi dà forza, come una pacca di incoraggiamento sulla spalla da parte di un vecchio amico. Mi ricorda che non sono ancora morta».
Più pessimista Simone de Beauvoir, scrittrice e grande pensatrice del secolo scorso, che riporta, nel suo tragico e bellissimo saggio, intitolato La terza età, una storia popolare trascritta dai fratelli Grimm. Reggetevi forte, è tosta:
«Dio aveva assegnato trent’anni di vita all’uomo e a tutti gli animali; l’asino, il cane e la scimmia pensarono che erano troppi e ottennero che Egli decurtasse di diciotto, dodici e dieci anni la cifra proposta, perché una vita così lunga pareva loro penosa. L’uomo è meno saggio degli animali. Non comprese che avrebbe dovuto pagare la longevità con la decrepitezza, chiese un prolungamento della vita e ottenne i diciotto anni dell’asino, i dodici del cane e i dieci della scimmia. L’uomo ha perciò settant’anni di vita. I primi trent’anni sono suoi e passano in fretta. Arrivano poi gli anni dell’asino in cui deve portare sulle sue spalle fardello su fardello. Poi vengono i dodici anni del cane, durante i quali non fa altro che sbavare e mugolare, trascinandosi da un angolo all’altro perché non ha più i denti per mangiare. Passato questo tempo, non gli restano che i dieci anni della scimmia. Non ha più del tutto la testa a posto, diventa un po’ buffo e fa cose strane che fanno ridere i bambini. Così, se la vecchiaia dell’uomo è più lunga e più penosa di quella degli altri animali, il responsabile è l’uomo stesso».
Una visione davvero terrificante. Ce lo meritiamo? No.
Vi offro, offro a voi, boomer come me, questa bella sintesi del nostro coraggio generazionale.
«Abbiamo vissuto due secoli diversi, due millenni diversi.
Siamo passati dal telefono con un operatore per chiamate interurbane alle videochiamate in qualsiasi parte del mondo.
Siamo passati dalle slide a YouTube, dai dischi in vinile alla musica online, dalle lettere scritte a mano alla e-mail e a WhatsApp. Dalle partite in diretta radio, alla tv in bianco e nero, alla tv a colori e poi alla tv 3D HD.
Siamo andati ad affittare i film al videostore e ora guardiamo Netflix e tutte le altre piattaforme.
Abbiamo conosciuto i primi computer, schede perforate, floppy disk e ora abbiamo gigabyte e megabyte sui nostri smartphone.
Abbiamo schivato paralisi infantile, meningite, poliomielite, tubercolosi, influenza suina e Covid 19.
Abbiamo avuto una infanzia analogica e un età adulta digitale.
Abbiamo tipo ‘visto tutto’!
La nostra generazione ha letteralmente vissuto più di ogni altra in ogni dimensione della vita”.
È la nostra generazione che si è adattata al Grande Cambiamento, modellandosi instancabilmente sulle nuove conquiste: gli odiati baby boomer, i nati fra il 1946 e il 1964, saranno eternamente giovani, perché costretti a imparare sempre nuovi linguaggi, faticando, arrancando. Vivendo.
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