Dall’archeologia industriale del tardo Ottocento al mosaico di interventi finanziati da Università Pnrr e Giubileo: la Fondazione Mattatoio guida la trasformazione definitiva di un’area simbolo tra aule studio, centri per la fotografia e nuovi spazi urbani che saranno completati entro il 2027
Se la rigenerazione urbana avesse un altro nome sarebbe senz’altro ‘ex Mattatoio’ di Roma. Il complesso industriale, situato nel cuore del quartiere Testaccio – noto anche per essere un set a cielo aperto che ha ospitato, tra gli altri, le riprese del film C’è ancora domani di Paola Cortellesi – fino alla metà degli Anni ’70 è stato il più grande centro di macellazione della Capitale e tra i più moderni d’Europa. Oggi si appresta a diventare – non senza fatica – un polo culturale, grazie a un mosaico di interventi finanziato da diverse fonti: Università degli Studi Roma Tre, Giubileo, Pnrr, sotto la guida di un’unica regia quella di ‘Fondazione Mattatoio di Roma’, nata a novembre dello scorso anno. Umberto Marroni, amministratore delegato della Fondazione, da oltre vent’anni si occupa del recupero dell’area: «Abbiamo avviato una programmazione serrata, i lavori saranno conclusi entro il 2027 – annuncia -. Sarà uno dei centri culturali più importanti d’Europa. Un obiettivo che raggiungeremo grazie anche all’impegno del Comune di Roma, dell’Università e dell’Accademia delle Belle Arti». Ma andiamo con ordine.
Sul finire dell’Ottocento, Gioacchino Ersoch, all’epoca architetto capo del Comune di Roma, riceve l’incarico di progettare la struttura e realizza gli impianti in stile umbertino, con i padiglioni rettangolari e le strutture in ferro. Il complesso è una vera macchina industriale che prevede l’arrivo del bestiame nell’area di Campo Boario, la sosta nelle stalle – per gli animali più indomiti c’erano le rimessine -, la macellazione e la pelatura nell’area della Pelanda, quella che oggi è un’aula studio a ingresso libero. La chiusura del macello – avvenuta nel 1975 – non fu un evento improvviso: decenni di crisi dovuta a ragioni igieniche, logistiche e urbanistiche resero il centro un “gigante ferito” che lo ha portato a diventare ‘una città nella città’. Fin da subito lo spazio fu occupato (anche da ex lavoratori), l’area divenne un labirinto di recinzioni improvvisate, officine meccaniche clandestine e magazzini di fortuna. Nei primi Anni ’90, un gruppo di attivisti occupò una parte dei padiglioni (lato Lungotevere) fondando il Centro Sociale Villaggio Globale; fu allora che si comprese quanto l’area, ormai dismessa, potesse avere un’altra vocazione e agli inizi del Duemila la gestione dell’area fu affidata a Macro, Roma Tre, Città dell’Altra Economia. Dopo anni di conflitto tra occupanti e istituzioni, gli studenti dell’Università iniziano a frequentare l’area ogni giorno, creando movimento e interesse. È così che aprono le aule studio nei primi padiglioni riqualificati. E da questo momento in poi, la rigenerazione urbana del Mattatoio prosegue spedita: via le discariche, e via anche – dopo sessant’anni – le botticelle dagli spazi che dovranno essere riqualificati. «Il programma degli interventi è molto fitto», spiega ancora Marroni che annuncia parcheggi, piste ciclabili e bandi per l’assegnazione delle attività di ristoro. Lo scorso 29 gennaio, è stato inaugurato all’interno del Mattatoio il primo Centro pubblico della Fotografia di Roma, alla presenza del sindaco Roberto Gualtieri e della sindaca di Parigi, Anne Hidalgo. Quello che un tempo era il cuore pulsante e crudo dell’industria romana si trasforma così in un laboratorio di futuro, dove la memoria delle pietre umbertine incontra finalmente la vitalità della cultura contemporanea.
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