Tra l’abbattimento delle Vele e la rinascita del polo universitario, il quartiere simbolo di Napoli aggiunge un tassello verde alla sua trasformazione. È la storia della Microforesta di comunità, resa possibile anche dal contributo di Adriana Oliva: «Ho aiutato una studentessa a laurearsi, ora spero che questi alberi siano da stimolo per altri donatori»
Contrastare gli effetti del cambiamento climatico e restituire bellezza e fruibilità a degli spazi comuni: sono questi gli obiettivi della Microforesta di comunità da poco inaugurata a Scampia, resa possibile grazie alla collaborazione fra Legambiente Campania, con i circoli Iride Aps e La Gru OdV, le imprese Azzero CO2 e L’uomo e il legno cooperativa sociale, il Municipio VIII del Comune di Napoli.
«Non si tratta di una piantumazione che rientra nelle metodiche finora utilizzate perché non prevede le distanze fra alberi e arbusti che normalmente vengono rispettate nel verde urbano – spiega a 50&Più Anna Savarese, architetto e presidentessa del circolo Legambiente Iride che ha curato il progetto -, quella della Microforesta è una tipologia innovativa di area verde che ha l’obiettivo di consolidare in poco spazio una massa vegetale ad alta capacità di captazione della CO2».
Il modello impiegato in quest’area di 200 metri quadrati è quello delle Tiny forest teorizzato dal botanico giapponese Akira Miyawaki, che negli anni Settanta ha portato avanti una ricerca sulla riforestazione urbana e sulla necessità di integrare anche nelle città più strati di verde: alberi ad alto fusto, arbusti e vegetazione spontanea del sottobosco, che insieme possano assorbire meglio le polveri sottili e l’inquinamento acustico. Le foreste in miniatura hanno dimostrato di crescere più velocemente, e di diventare più fitte e ricche di biodiversità rispetto alle zone a piantumazione tradizionale.
«Il modello di Tiny forest che abbiamo utilizzato è stato validato dalla Società di Botanica di Roma – continua Savarese – secondo gli studi di Miyawaki ma adattati al clima mediterraneo, con l’utilizzo di piante autoctone messe a dimora in due per ogni metro quadrato. Questo consentirà di avere alberi con un’altezza massima di quattro o cinque metri, e non fusti altissimi, che vadano a creare un ecosistema denso tale da garantire la presenza di insetti e di piccola fauna. Il concetto alla base della Microforesta è completamente diverso da quello di verde stradale tradizionale».
Per la prima fase di crescita delle piante, 800 in totale, è stato creato un impianto di irrigazione a goccia, che eviti gli sprechi. «Dovrà servire per i primi tre o quattro anni di attecchimento – dice Savarese -, poi la Microforesta continuerà a svilupparsi con l’acqua piovana e l’impianto verrà utilizzato solo in situazioni di emergenza. Spesso è complicato portare avanti progetti di incremento del verde perché mancano anche i vivai, e noi stessi abbiamo avuto difficoltà a trovare le specie adatte da piantare, nonostante si tratti di macchia mediterranea. Stiamo perdendo la tradizione del vivaismo, che invece potrebbe diventare un presidio delle aree incolte al fine di evitare il consumo di suolo».
La Microforesta di comunità è un invito a promuovere una sensibilizzazione sull’importanza del verde e della cura degli spazi comuni, che coinvolga le associazioni del territorio, le scuole, i singoli cittadini.
Nel caso del progetto di Scampia, una professoressa e socia storica di Legambiente ha voluto contribuire direttamente finanziando la metà delle piantine. Si tratta di Adriana Oliva, docente di Biochimica all’Università Vanvitelli di Napoli, oggi in pensione. «Sono molto legata a Scampia da quando, dieci anni fa, avevo proposto al preside dell’Istituto Tecnico “Galileo Ferraris” di indicarmi uno studente appena diplomato che volesse fare l’università e che non se lo potesse permettere – racconta la professoressa Oliva -; con lui abbiamo individuato una ragazza che l’anno scorso si è laureata in Ingegneria robotica e oggi lavora a Milano. Mi piaceva l’idea di contribuire alla piantumazione di alberi a Napoli, e così l’amica Anna Savarese mi ha coinvolto nel progetto. Ho partecipato all’inaugurazione e ora cercherò di visitare la Microforesta almeno una volta al mese, per seguirne i progressi. Mi auguro che la mia donazione faccia da apripista e incoraggi altri cittadini che possono farlo a contribuire al verde».
Gli ultimi mesi, con il progetto ReStart e l’abbattimento della Vela Rossa, la penultima dei complessi abitativi storici del quartiere, hanno segnato la rinascita di Scampia, dove già operano moltissime realtà che si occupano di sociale e di rigenerazione urbana.
«Ci interessava aggiungere valore all’attività di riqualificazione che sta portando avanti il Municipio VIII – conclude Anna Savarese -. Scampia merita la sua rifioritura perché spesso è stata considerata solo per le questioni negative, mentre racchiude una grande vivacità, e tante associazioni di cittadini, in ambito laico e cattolico, si stanno spendendo per migliorare il quartiere, contrastare l’illegalità e offrire possibilità di riscatto. I quartieri periferici sono quelli che hanno dovuto accogliere tutte le contraddizioni della città, dal carcere allo spaccio, e purtroppo anche a livello istituzionale a volte si tende a decentrare le criticità. Fortunatamente questa mentalità sta cambiando, e gli esempi più concreti sono il collegamento con la metropolitana e la nascita del polo universitario di Infermieristica di Scampia. Anche il verde e l’ambiente devono essere parte integrante della rigenerazione».
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