L’attore e regista lucano racconta a 50&Più la sua “partitura” cinematografica sul Pollino. Nelle sale dal 12 marzo, il film è una storia di resilienza e canzoni per ritrovare il valore del restare insieme
Come Biagio Riccio, il personaggio che interpreta nel suo ultimo film da regista Il bene comune, Rocco Papaleo è cresciuto in un piccolo paese, Lauria, in Basilicata, facendo grandi sogni. «L’immaginazione ha fatto capolino molto presto in me. Sono sempre stato uno che immaginava le cose, piuttosto che vederle in modo nitido», racconta a 50&Più l’attore, 67 anni, che oggi, tra cinema, teatro, musica e televisione, ha «l’ambizione pop di parlare a più persone, senza tradire il mio punto di vista».
Il bene comune (una produzione Picomedia, Less Is More Produzioni e PiperFilm), nei cinema dal 12 marzo distribuito da PiperFilm, si sviluppa come una partitura musicale. È una storia a parole e canzoni sull’importanza del «raccontarsi». Perché «le storie devono viaggiare, raggiungere i posti più reconditi».
Papaleo interpreta Biagio, una guida turistica e un allenatore improvvisato. Un uomo apparentemente ordinario, ma saggio, che osserva molto e giudica poco, e usa l’ironia per alleggerire il peso delle vite altrui. Biagio decide di accompagnare Raffaella, un’attrice di ‘insuccesso’, con il volto di Vanessa Scalera, e quattro detenute, interpretate da Claudia Pandolfi, Teresa Saponangelo, Rosanna Sparapano e Livia Ferri, insieme al giovane Luciano, ossia Andrea Fuorto, sul massiccio del Pollino alla ricerca del secolare Pino Loricato. Diventa così una specie di Virgilio che conduce i personaggi (e lo spettatore) in un viaggio fisico, emotivo, musicale.
L’attore sarà anche nella quinta stagione di Imma Tataranni-Sostituto procuratore, in onda su Rai 1 dall’8 marzo, nei panni del nuovo procuratore capo Altiero Galliano. «Il mio personaggio è imprevedibile come quello di Imma (interpretata da Scalera, n.d.r.) e crescerà molto. Finalmente entro a far parte di questa serie, che ho amato anche come spettatore, e così emblematica per la mia regione. Una terra che mi ha sempre ispirato emotivamente e artisticamente».
Papaleo, com’è nato Il bene comune?
Sono partito da una suggestione, da questo albero secolare che ho visto per la prima volta sul Pollino solo pochi anni fa, grazie a un mio amico che fa la guida. Non avevo proprio in mente una storia in sé, nemmeno i personaggi che si sono poi aggiunti strada facendo. In fondo, un film nasce come una melodia. Non sai mai in anticipo il percorso che farà.
Il Pino Loricato è un simbolo di resilienza, una parola che accomuna i personaggi del film.
Tutti sono chiamati a cercare di affrontare e superare con energia e forza delle situazioni. Durante questo viaggio, proveranno a trovare non solo una sopravvivenza personale, ma anche un motivo di orgoglio.
Il film è un invito a raccontarsi, «un modo per limare le distanze, per favorire il bene comune», come dice il suo personaggio. Oggi le storie riescono ancora a viaggiare così tanto come un tempo?
Sempre di più grazie ai mezzi che ci sono, però, rispetto al passato, c’è più confusione e mistificazione. L’ideale è che ognuno provi a raccontare la sua storia, affinché gli altri empatizzino con essa, scoprendo elementi comuni. Siamo tutti suggestionati da alcuni sentimenti, solo per il fatto di essere degli esseri umani. Dovremmo continuare a trovare delle connessioni.
Anche se viviamo in un tempo di individualismi, a discapito della collettività?
Questo è l’andazzo ideologico che si è affermato, ignorando il fatto che se non si sta bene insieme agli altri, non si sta bene neanche da soli. C’è un verso della canzone che ho scritto, e che chiude Il bene comune, che dice proprio: “Nessuno si salva da solo”. Penso alla mia vita fortunata e privilegiata, e al fatto che sono riuscito a fare ciò che mi piaceva nella vita. Ma c’è un malessere diffuso in giro, per questo i miei film hanno anche una piega più malinconica. Ma nonostante tutto dobbiamo continuare a essere fiduciosi. La speranza è una benzina fondamentale, bisogna provare a veicolare un’energia. È anche un po’ la nostra missione di artisti, quella di ricordare che c’è speranza.
Il cinema ha ancora questa forza, anche di portare a far riflettere?
Ci credo non solo come artista, ma come spettatore. Nella mia vita, sin da ragazzo, il cinema ha giocato un ruolo determinante. Ti permette di evocare, di rappresentare, di far vedere le cose, di raccontare un posto metafisico in cui abitano le storie.
E la musica?
Anche quest’arte, tra poesia e intrattenimento, ha la grande capacità di raccontare delle storie. Io nasco come cantautore. Ho cominciato a suonare la chitarra da ragazzino e ho sempre scritto canzoni. Poi è arrivata la recitazione. Le esperienze si sono accavallate e mi hanno portato a essere un po’ una specie di artista meticcio. Nella mia ricerca personale è arrivato il teatro-canzone e il teatro di prosa tradizione, il mio vero filo di luce. È il luogo dove investo di più, anche come energia. Sul palcoscenico affino le mie capacità. Lì è dove sento veramente che c’è un’occasione per fare un passo avanti, per riflettere e sperimentare. Mi sento un po’ come il vento, che cita Vanessa nel film. Mi piace cambiare direzione.
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