C’è un filo invisibile, ma d’acciaio e clorofilla, che unisce il quartiere Testaccio a Roma con le strade di Scampia a Napoli. Non è solo la storia di due progetti di riqualificazione – che vi raccontiamo nelle pagine di questo numero – ma la testimonianza di un cambio di paradigma: l’idea che la città non si aggiusti con le ruspe, ma si coltivi con la cultura. I casi dell’ex Mattatoio e della Microforesta di comunità ci insegnano che la rigenerazione urbana è, prima di tutto, un’operazione di chirurgia sociale. È l’atto di restituire un senso a luoghi che avevano perso la parola, trasformando “giganti feriti” e aree di risulta in laboratori di futuro. L’esperienza dell’ex Mattatoio di Roma è straordinaria. Per decenni, il complesso umbertino è stato un vuoto a perdere, una “città nella città” sospesa tra il ricordo cruento della macellazione e il degrado dell’abbandono. Eppure, la sua rinascita non è iniziata con un bando edilizio, ma con l’invasione pacifica della conoscenza. L’ingresso dell’Università Roma Tre e dell’Accademia di Belle Arti ha dimostrato che la cultura è la “funzione d’uso” più potente che esista. Prima ancora che i padiglioni fossero restaurati – come spiega Umberto Marroni, amministratore delegato della Fondazione Mattatoio di Roma – sono stati i libri, le mostre e il passaggio quotidiano degli studenti a scacciare l’ombra del degrado. La lezione è chiara: la rigenerazione urbanistica è solo l’ultimo miglio di un percorso che deve necessariamente essere culturale e sociale. Un edificio senza una visione è solo un guscio vuoto; un polo culturale è, invece, un generatore di civiltà. A Scampia, la sfida assume sfumature verdi. La “Microforesta di comunità”, ispirata al metodo Miyawaki, non è un semplice abbellimento estetico – come racconta Anna Savarese, presidentessa del circolo di Legambiente -. In un quartiere che per troppo tempo ha ospitato le contraddizioni più feroci della metropoli, piantare centinaia alberi in uno spazio circoscritto è un atto di resistenza ambientale e civile. Qui, la rigenerazione sfida il cemento delle Vele (così chiamati i palazzoni popolari del quartiere) non solo per contrastare il cambiamento climatico, ma per ricostruire il legame tra cittadino e bene comune. Quando una docente in pensione finanzia personalmente le piante e i cittadini si fanno custodi del verde, la città smette di essere un “altrove” ostile e diventa “casa”. La biodiversità botanica diventa così metafora della vitalità sociale: un ecosistema denso, dove la cura del dettaglio vince sull’abbandono generalizzato. Entrambe le storie evidenziano un elemento imprescindibile: la regia corale perché non esiste rigenerazione senza il dialogo tra istituzioni, formazione e terzo settore. Rigenerare significa seminare opportunità, senza se e senza ma, perché sono i nuovi significati a dare forma alle comunità. E ne abbiamo bisogno. Tutte e tutti.
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