L’attore romano, tra le voci più celebri del cinema italiano, ha depositato il marchio sonoro della propria voce per difendersi da clonazioni digitali non autorizzate. Una mossa inedita in Italia, che apre una questione irrisolta: chi tutela i professionisti della voce?
la sfida dei doppiatori all’intelligenza artificiale
C’è chi aspetta che le istituzioni si muovano, e chi decide di muoversi da solo. Luca Ward, la voce che gli italiani riconoscono tra mille (tra tutte, quella di Russell Crowe ne Il Gladiatore) ha scelto la seconda strada. Nei giorni scorsi ha depositato ufficialmente il marchio sonoro della propria voce, compiendo un passo che in Italia non ha precedenti nel mondo del doppiaggio. Non si tratta di un gesto simbolico. È un atto giuridico concreto, strutturato su norme internazionali già operative, che trasforma la sua voce in un bene protetto dalla legge: qualcosa che non può essere riprodotto, clonato o usato senza autorizzazione.
Ward ha spiegato le ragioni della sua scelta: «Purtroppo le istituzioni non ci tutelano», ha dichiarato. «Il singolo sente che la propria arte è minacciata dall’Intelligenza Artificiale. Mancando delle leggi a nostra protezione, l’unico modo è muoversi in autonomia». Secondo Ward, le istituzioni italiane ed europee non offrono ancora strumenti adeguati a chi lavora con la voce come strumento professionale.
L’intelligenza artificiale oggi è in grado di analizzare campioni audio, estrarne le caratteristiche timbriche e ricreare una voce pressoché identica all’originale, usandola per qualsiasi scopo senza che il diretto interessato venga nemmeno consultato.
È uno scenario che non appartiene più alla fantascienza: accade già, nel cinema, nella pubblicità, nei podcast, nei contenuti online. Ward ha dichiarato di essersi ispirato a quanto stanno già facendo molti colleghi americani a Hollywood, dove la questione dell’uso dell’IA nel settore dello spettacolo ha già prodotto vertenze legali, scioperi. E, finalmente, anche alcuni accordi contrattuali che impongono limiti precisi.
Perché i doppiatori temono l’IA
Per capire la portata del problema bisogna partire da un dato semplice: la voce di un doppiatore è il suo capitale. Non una delle sue risorse ma l’unica. Chi lavora in questo settore costruisce nel tempo una sonorità riconoscibile, investe anni in formazione e tecnica, e quella voce diventa un marchio personale, spesso associato a uno o più attori stranieri nella percezione del pubblico. Oggi un algoritmo di clonazione vocale può replicare quella voce analizzando anche solo pochi minuti di registrazioni, e lo può fare con una precisione che inganna anche gli ascoltatori più attenti.
Il rischio concreto è che case di produzione o piattaforme digitali decidano di usare voci clonate per ridurre i costi, bypassando completamente i doppiatori in carne e ossa. Non è fantasia: alcune produzioni internazionali hanno già sperimentato questa strada, e in Italia il tema è arrivato sul tavolo delle associazioni di categoria con una certa urgenza.
L’Associazione Nazionale Attori Doppiatori (ANAD) si è espressa sulla vicenda attraverso il suo presidente, Daniele Giuliani. «Ho saputo da Luca di questa sua iniziativa e rappresenta un primo passo concreto, molto interessante, per tutti noi che lavoriamo con la voce», ha commentato. Ha poi aggiunto di essere convinto che servano comunque leggi chiare sull’IA: «Come detto dagli stessi fondatori delle più grandi aziende tech del mondo, se non regolamentata a dovere diventerà un problema insormontabile. E noi di ANAD stiamo lavorando in questa direzione».
Un gesto che vale per tutto il settore
Quello che Ward ha fatto non riguarda soltanto lui. Il deposito del marchio sonoro è, nella pratica, un modello replicabile. Chiunque abbia una voce professionalmente riconoscibile come i doppiatori, speaker radiofonici, attori, cantanti, presentatori, può in linea teorica percorrere la stessa strada. Il segnale che Ward lancia è proprio questo: non aspettare che qualcuno risolva il problema dall’alto, ma costruire una protezione concreta, caso per caso, sfruttando gli strumenti giuridici già disponibili a livello internazionale.
È una posizione che ha una dignità quasi pionieristica nel panorama italiano, dove il dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale tende a concentrarsi su ChatGPT, sui chatbot e sull’automazione del lavoro d’ufficio, trascurando i settori creativi. Eppure sono proprio questi ultimi, i doppiatori, traduttori, illustratori e musicisti, ad essere esposti in modo diretto e immediato alla concorrenza degli algoritmi. La voce clonata non ha bisogno di essere pagata, non si ammala, non va in ferie, non chiede diritti. Questo la rende economicamente molto attraente per chi produce contenuti su scala industriale.
Cosa dice la legge e cosa manca ancora
Sul piano normativo, il quadro europeo è in movimento ma ancora incompleto. L’AI Act dell’Unione Europea, entrato progressivamente in vigore nel corso del 2024 e del 2025, introduce obblighi di trasparenza per i sistemi di intelligenza artificiale e pone alcune limitazioni all’uso di dati personali per l’addestramento dei modelli.
Tuttavia, la tutela specifica della voce come identità individuale rimane un terreno giuridico ancora parzialmente inesplorato in molti ordinamenti nazionali, compreso quello italiano. Non esiste, ad oggi, una norma che dica esplicitamente: non puoi clonare la voce di qualcuno senza il suo consenso e senza un compenso. Il brevetto sonoro depositato da Ward è, in questo contesto, un modo per anticipare la legge usando strumenti già esistenti — il diritto dei marchi — in un’applicazione nuova e creativa.
Un caso che apre un dibattito più ampio
La mossa di Ward arriva in un momento in cui il rapporto tra intelligenza artificiale e industria creativa è diventato uno dei temi più discussi nel mondo dello spettacolo globale. Matthew McConaughey, poche settimane fa, ha provocatoriamente ipotizzato che entro cinque anni gli Oscar potrebbero prevedere categorie dedicate ai film e agli attori generati dall’IA.
Dall’altra parte, lo sciopero degli attori e degli sceneggiatori americani del 2023 ha mostrato quanto la resistenza possa essere organizzata e determinata, almeno quando esiste un sindacato forte e contratti da rinegoziare. In Italia la struttura del settore è più frammentata, i contratti più precari, e la capacità di fare pressione collettiva è storicamente più debole.
Anche per questo un gesto individuale come quello di Ward assume un peso particolare: dimostra che si può fare qualcosa, anche adesso, anche da soli.
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