Nella Giornata Mondiale dell’Ambiente facciamo il punto sull’Italia, un paese diviso tra siccità e alluvioni, con consumi eccessivi e reti vecchie anche mezzo secolo
La fotografia dell’acqua in Italia è piena di contrasti. Da un lato, la disponibilità naturale è solida: 135 miliardi di metri cubi all’anno. Un dato che piazza il paese meglio della Spagna e della Polonia, anche se dietro a Germania e Francia. Dall’altro lato, però, quel che accade dal prelievo al rubinetto racconta una storia molto diversa, fatta di sprechi, reti obsolete e abitudini che pesano sull’ambiente più di quanto si immagini. Il rapporto ‘Il clima riflesso nell’acqua’ del think tank Italy for Climate (I4C), presentato in occasione della Giornata mondiale dell’Ambiente (oggi, 5 giugno), offre una lettura dettagliata. La tesi di fondo è che lo stress idrico in Italia non dipenda tanto da una scarsità assoluta della risorsa, ma dal modo in cui viene gestita, consumata e dispersa. Un problema strutturale che coinvolge agricoltura, industria, uso civile e persino la manutenzione ordinaria dei territori.
Un nuovo nemico: la pioggia
L’Italia è un hotspot climatico: la temperatura media è salita due gradi Celsius nell’ultimo mezzo secolo, più della media mondiale. Questo significa maggiore evaporazione e quindi più rischio siccità, ma anche un’atmosfera carica di umidità che rilascia l’acqua in modo violento. Il risultato è una sequenza di eventi estremi – quasi triplicati in sei anni – con lunghi periodi di secca al sud e bombe d’acqua o downburst al nord. Due facce dello stesso problema. Comprendere lo stress idrico in Italia significa anche accettare questa contraddizione: lo stesso territorio che soffre la sete d’estate viene devastato da alluvioni in autunno e primavera.
Quanta acqua abbiamo davvero
Se si guarda alla disponibilità pro capite di acqua rinnovabile, l’Italia scende nettamente sotto la media europea: circa 2.300 metri cubi all’anno contro 4.400. Una riduzione del 20% rispetto a cento anni fa. Nella classifica europea si trova comunque sopra a Spagna, Germania e Polonia, ma il dato che fa riflettere è un altro: nessun paese dell’Unione preleva tanta acqua quanto l’Italia. Nel 2023 i prelievi idrici totali hanno raggiunto i 36 miliardi di metri cubi, davanti a Spagna (33), Francia (26) e Germania (24). Il settore agricolo da solo ne assorbe 17 miliardi, pari al 68% del totale. L’agricoltura italiana è seconda solo a quella spagnola per consumo idrico, molto sopra quella greca. È chiaro che questo comparto rappresenta un’eccellenza nazionale, legata alla produzione di frutta e verdura di qualità per il mercato interno e per l’export. Ma resta anche un fronte su cui l’efficienza deve crescere.
Uso civile e industria: due primati europei
La voce che impressiona di più, però, è l’uso civile. Nel 2023 sono stati destinati all’acquedotto e alle case oltre 8 miliardi di metri cubi di acqua. Un record assoluto in Europa, superiore a Francia, Spagna e Germania, che si fermano tra i 5 e i 6 miliardi. L’85% di questi prelievi arriva da acque sotterranee. A livello qualitativo va meglio, ma l’impatto ambientale è pesante: le falde si ricaricano molto lentamente e sottrarre troppa acqua dal sottosuolo rischia di creare ulteriori problemi di scarsità nel lungo periodo. Il settore industriale pesa per 6,6 miliardi di metri cubi di prelievi nel 2023. Anche in questo caso l’Italia è prima in Europa, davanti alla Germania (6,2 miliardi) che pure ha una manifattura più estesa. Un primato meno nobile di quel che sembra, ma che indica margini di miglioramento nell’efficientamento dei processi produttivi. C’è un ambito in cui l’Italia fa meglio dei vicini: i prelievi per la generazione elettrica, con 4 miliardi di metri cubi nel 2023, ben lontani dalla Francia che sfiora i 16 miliardi, in gran parte per via del nucleare.
Quasi metà dell’acqua sparisce lungo la strada
Il paradosso è che gran parte di quell’acqua non arriva mai a destinazione. Secondo il Piano nazionale di ripresa e resilienza, la dispersione idrica raggiunge una media nazionale del 41%. Al sud si supera il 51%. Significa che più di un litro su due immesso nella rete, in alcune regioni, scompare prima di raggiungere un rubinetto. Nel 2008 si parlava ancora del 32%: il dato è peggiorato, non migliorato. La digitalizzazione e le reti intelligenti potrebbero abbassare questa percentuale fino al 26%, ma resta il fatto che, anche in quello scenario ottimale, un quarto dell’acqua non arriverebbe comunque a destinazione. Questo aspetto è centrale per comprendere lo stress idrico in Italia: non è solo questione di quanta acqua cade dal cielo, ma di quanta ne arriva effettivamente ai rubinetti. Per capire le radici della dispersione bisogna tornare indietro nel tempo. Circa il 60% della rete è stato installato oltre trent’anni fa e un quarto della rete supera i cinquant’anni. Materiali obsoleti, tubature vecchie, manutenzione quasi assente. Si rinnovano appena 3,8 metri di condotte ogni chilometro: a questo ritmo servirebbero più di 250 anni per sostituire l’intera rete nazionale. E non è mai stata fatta una vera manutenzione preventiva. Si interviene quando il danno è già avvenuto, con costi molto più alti e perdite che continuano per mesi.
Reti vecchie e investimenti assenti
A mancare è anche la digitalizzazione. Senza sistemi di monitoraggio in tempo reale, molte perdite restano invisibili per lungo tempo. Tecnologie che altrove sono già state adottate per individuare le anomalie in pochi minuti, in Italia faticano a diffondersi. Secondo gli esperti servirebbero almeno 5 miliardi di euro all’anno per adeguare la rete. Una cifra enorme, certo, ma che misura il divario tra l’urgenza del problema e la lentezza degli interventi. A completare il quadro c’è la frammentazione gestionale. Il paese non ha mai adottato una strategia nazionale unitaria contro le perdite. Ogni territorio fa da sé, con risultati disomogenei e senza una visione complessiva. Si aggiungono poi gli allacci abusivi, i consumi non autorizzati e gli errori di misurazione. Fattori che contribuiscono in modo significativo ai volumi dispersi. La vera questione, secondo gli esperti, non è se il sistema sia pubblico o privato. Serve un organismo indipendente, super partes.
Cosa si può fare
Non mancano neppure le responsabilità individuali. In Italia si consumano in media oltre 220 litri di acqua al giorno per abitante, per usi che vanno dall’igiene alla cucina fino al giardinaggio. La media europea è di circa 125 litri. Quasi la metà. Basterebbero piccoli cambiamenti quotidiani. Campagne di comunicazione e strumenti come i resoconti in bolletta – già sperimentati con successo in alcuni contesti – possono aiutare a ridurre l’impronta idrica senza sacrificare il benessere. Ridurre lo stress idrico in Italia passa anche dai semplici gesti quotidiani, come un rubinetto chiuso mentre ci si lava i denti, una perdita in casa riparata in tempo, una doccia più breve.
Lo stress idrico in Italia supera la soglia di allerta
L’indice di sfruttamento idrico – che mette in rapporto i prelievi umani con l’acqua rinnovabile disponibile – colloca l’Italia oltre la soglia di allerta del 20%, al 27%. Un valore da stress idrico in Italia condiviso solo con Cipro, Malta e Spagna. Questo significa che l’acqua necessaria per le attività umane sottrae risorsa agli ecosistemi naturali. E nessuno, in uno dei paesi più belli del mondo per paesaggi e biodiversità, può permettersi una desertificazione silenziosa. Senza un cambio di passo, tra vent’anni si potrebbe ancora scrivere lo stesso articolo. E l’acqua, intanto, continuerà a scorrere via, dispersa prima ancora di essere usata.
Credit foto: Massimo Todaro/Shutterstock.com
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