Dall’ex Ansaldo di Milano alle fonderie di via Assisi a Roma, fino al Lingotto di Torino e all’acciaio di Bagnoli: viaggio lungo i binari e i vecchi valli industriali, dove i capannoni dismessi si trasformano in templi della cultura, del design, della musica e dell’integrazione sociale
C’è un momento preciso in cui la storia delle città italiane ha cambiato spartito. È il momento in cui il rumore assordante dei magli, lo stridore dei binari di raccordo e l’odore acre del carbone hanno smesso di definire i confini dei quartieri popolari. Per quasi un secolo, la spina dorsale dello sviluppo urbano è cresciuta lungo una linea di fumo e ferro: le stazioni ferroviarie, i valli, i canali d’acqua. Lì si addensavano gli opifici, macchine monumentali nate per produrre merci. Oggi, quel paesaggio di mattoni rossi e ferro battuto sta vivendo una seconda vita. Da Roma a Milano, passando per Torino e Napoli, il vuoto lasciato dalle dismissioni industriali non è rimasto un deserto, ma si è fatto laboratorio a cielo aperto.
Roma: il microcosmo di via Assisi
Camminare lungo via Assisi, oggi, significa muoversi sul filo teso tra due epoche. Da un lato il vallo ferroviario della stazione Tuscolana, una trincea di binari che taglia la città; dall’altro, una cortina di edifici che custodiscono la memoria operaia di una Roma che non c’è più. Nei primi decenni del Novecento, questa strada era il cuore pulsante e fumoso del polo manifatturiero capitolino. Qui l’acqua dell’antico corso della Marrana incontrava le rotaie, creando il cortocircuito perfetto per la nascita di fonderie, segherie e opifici pesanti. Una cattedrale del lavoro che, dopo decenni di silenzio e abbandono, sta faticosamente completando la sua metamorfosi. Il viaggio comincia dove un tempo l’aria tremava per il calore delle fornaci. Ai civici 33-37, l’orizzonte stradale è dominato da imponenti volumi industriali con ampie vetrate e geometrie severe. Fino alla metà del secolo scorso, queste strutture ospitavano una gigantesca fonderia di metalli e officine meccaniche. Oggi, varcando la soglia di quegli stessi stanzoni, il rumore dei magli è sostituito dal ritmo della musica e dai passi di danza. I volumi che un tempo forgiavano il ferro sono diventati lo spazio di Fonderia delle Arti, dove crescono i talenti dello spettacolo, mentre l’attigua palestra DAPA ha trasformato i vecchi laboratori in un tempio del fitness. Lungo lo stesso marciapiede anche la Peparini Academy sorge in un ex complesso industriale. È la rigenerazione urbana nella sua forma più pura: il guscio industriale rimane ma si passa dalla fatica della manifattura all’armonia del movimento. Poco più avanti, al civico 85, la pietra prende il posto del ferro. Questo quadrante ospitava la Segheria artistico-industriale del marmo e delle pietre di A.Limiti e figlio, un’istituzione nata nell’Ottocento e trasferitasi in via Assisi per sfruttare la vicinanza della stazione. Grandi blocchi di travertino e marmi pregiati venivano scaricati direttamente dai vagoni per essere tagliati e lavorati. Finita quell’era, lo spazio è scivolato per anni nella penombra delle rimesse e delle officine meccaniche. Oggi, sta sorgendo un moderno complesso residenziale. La cattedrale più imponente della via si incontra però al civico 117. Settemila metri quadrati di cemento ed eleganza industriale che raccontano, da soli, tutta la storia del quartiere. Nato come deposito e fabbrica di legnami, lo stabilimento venne riconvertito nel secondo dopoguerra prima in un’industria per la torrefazione del caffè, poi in un opificio per la lavorazione del midollino e, infine, in un grande supermercato di quartiere. Nel 2013 la svolta culturale: l’immenso spazio rinasce come “Visiva – La città dell’immagine”, un polo privato dedicato alla fotografia, al cinema e alla grafica. Al suo interno prende vita il Quid, un club e ristorante con palco per la musica dal vivo. Oggi quel legame tra gastronomia e spettacolo è presidiato dalla Pizzeria Frontoni, la cui monumentale terrazza di mille metri quadrati domina i binari. Lì dove gli operai accumulavano assi di legno, oggi i romani cenano sospesi sul vallo ferroviario, ascoltando note jazz e rock. Ma il recupero di via Assisi non è un processo lineare e privo di ombre. Il contrasto è stridente se si guarda al civico 163. Qui sorge l’ex Cartiera ed Ente Nazionale Cellulosa e Carta, un colosso industriale dismesso all’inizio degli Anni ’60. Rimasto intrappolato in aste pubbliche andate deserte, l’immobile è diventato per anni un fantasma urbano, teatro di gravi marginalità sociali, incendi e occupazioni, prima dello sgombero definitivo nel 2015. Oggi le sue mura fatiscenti attendono ancora il loro riscatto, un monito visibile di quanto sia complessa la gestione dei vuoti industriali. Pochi metri indietro, ai civici 105-111, un altro spazio ex manifatturiero testimonia invece una rigenerazione di tipo sociale e spirituale. I capannoni che un tempo producevano apparecchiature elettriche e manufatti in cemento sono stati interamente rilevati e ristrutturati dalla Chiesa Cristiana Evangelica Cinese di Roma. Le ampie navate orizzontali che un tempo ospitavano catene di montaggio e scatoloni di articoli casalinghi oggi accolgono centinaia di fedeli, aule per l’insegnamento della lingua e laboratori di integrazione.

Milano: l’impero della creatività in via Tortona
Se via Assisi è un laboratorio, via Tortona a Milano è il manifesto internazionale di questa rivoluzione. Stretta attorno alla Stazione di Porta Genova, questa strada era il cuore pulsante della Milano manifatturiera. Qui sorgevano i colossi dell’Ansaldo e della General Electric, una giungla di ciminiere che forgiava locomotive e turbine. Quando negli Anni ’70 la produzione si è spostata fuori dal perimetro urbano, la via ha rischiato il declino, ma l’architettura industriale ha salvato sé stessa. I tetti a dente di sega e le gigantesche campate sono diventati spazi irresistibili per la moda, il design e la cultura. Gli storici stabilimenti Ansaldo sono stati in parte riconvertiti nel MUDEC (Museo delle Culture) e nei laboratori scenografici del Teatro alla Scala. I magazzini adiacenti hanno sedotto stilisti e creativi: l’Armani Silos, ex deposito di cereali della Nestlé, è oggi un tempio della moda, mentre ex opifici si sono trasformati in hotel di design e studi fotografici. Durante la Milano Design Week, via Tortona smette di essere una strada e diventa l’epicentro globale della creatività contemporanea.
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Torino: la scala monumentale lungo via Nizza
Spostandosi a Torino, lungo l’asse ferroviario meridionale che costeggia via Nizza, la metamorfosi cambia scala e diventa monumentale. Qui il nome simbolo è uno solo: il Lingotto. Inaugurato nel 1923, l’immenso stabilimento FIAT con la pista di collaudo sul tetto ha rappresentato il punto più alto del taylorismo italiano. Attorno a questa cattedrale orbitava un fitto reticolo di piccole fonderie satellite, officine meccaniche e depositi di stoccaggio.
Quando l’auto ha abbandonato il Lingotto negli Anni ’80, il vuoto era così grande da fare paura. Il progetto di Renzo Piano ha ridefinito l’intera area, trasformando la fabbrica in un centro polifunzionale con spazi fieristici, aule universitarie e un auditorium. Ma è guardando alle strutture adiacenti che si scopre il vero parallelismo con via Assisi: l’ex Opificio Carpano, storico stabilimento per la produzione del Vermouth, è stato salvato dall’oblio e trasformato nel primo grande store di Eataly e nel Museo del Vermouth. Il luogo della produzione di massa è diventato il tempio della cultura gastronomica e del tempo libero.
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Napoli: l’orizzonte d’acciaio di via Diocleziano
Il viaggio si chiude a Napoli, nella zona occidentale di Bagnoli e Fuorigrotta. Lungo l’asse di via Diocleziano, la linea della ferrovia Cumana ha dettato le regole di uno sviluppo industriale massiccio, nato con la legge speciale del 1904. Questa via e i suoi dintorni erano una trincea operaia dominata dai fumi della Cementeria Cementir e, poco più avanti, dallo sterminato impianto siderurgico dell’Italsider. Per generazioni, la vita di migliaia di famiglie è stata scandita dal ritmo degli altiforni a ridosso del mare. La chiusura degli impianti ha lasciato ferite profonde e bonifiche complesse, ma anche qui il riscatto è passato attraverso il riuso delle volumetrie industriali. Laddove una volta si frantumava la roccia e si produceva cemento, oggi la rigenerazione urbana ha edificato poli tecnologici e centri universitari legati alla Federico II. Poco distante, la nascita di Città della Scienza all’interno di una vecchia fabbrica dell’Ottocento ha dimostrato come la conoscenza e la divulgazione possano sorgere dalle ceneri della manifattura pesante.

Una sola trama nazionale
Via Assisi a Roma, via Tortona a Milano, via Nizza a Torino e via Diocleziano a Napoli raccontano, in fondo, la stessa identica storia. È la parabola di un’Italia che ha smesso di produrre merci all’interno delle proprie mura per cominciare a produrre idee, servizi, cultura e socialità. I vecchi capannoni, con le loro strutture ampie e flessibili, si sono rivelati contenitori perfetti, ponti solidi gettati tra un passato di sudore e un futuro ancora tutto da scrivere.
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