L’Istituto di statistica traccia un’analisi tra redditi, istruzione e consumi di quel 61% della popolazione disposta a spendere sempre meno
Il ceto medio per l’Enciclopedia Treccani è “un insieme eterogeneo di gruppi sociali che si collocano in una posizione mediana, per reddito e prestigio, tra il ceto superiore e i ceti inferiori”. Una definizione dai confini incerti. Quello che è certo è che il ceto medio svolge per sua natura una funzione di bilanciamento dell’intero sistema sociale: è un ammortizzatore naturale delle disuguaglianze, ma anche un motore fondamentale per i consumi, l’innovazione e persino la stabilità democratica. L’Ocse considera appartenente al ceto medio chi possiede un reddito familiare equivalente netto compreso tra il 75 e il 200% del valore mediano. In pratica si prende il reddito che sta esattamente al centro della distribuzione, e si considera “media” quella famiglia che guadagna almeno tre quarti di quella cifra ma non più del doppio. Ma al di là delle classificazioni, il ceto medio italiano si istruisce di più, continua a puntare sulla casa di proprietà e sul lavoro qualificato, ma fatica a mantenere il potere d’acquisto. Un equilibrio sempre più sottile, dove il timore di scivolare verso il basso è diventato, per molti, una compagna di viaggio quotidiana.
Numeri e geografia del ceto medio italiano
Secondo il Rapporto annuale 2026 dell’Istat, nel 2025 il ceto medio italiano rappresenta il 61,2% dei residenti. Un dato in leggera crescita rispetto al 2015, quando si fermava al 59,8 %. A guardare i numeri con attenzione, però, la fotografia si complica. La riduzione della fascia a rischio di povertà (dal 19,9 al 18,6 %) è minima, mentre i “meno abbienti” e gli “abbienti” restano sostanzialmente stabili, attorno all’11-12 % e all’8-9 % rispettivamente. Emerge un’Italia spaccata in due. Al Nord-est, oltre il 71 % delle persone appartiene al ceto medio. Al Sud e nelle Isole, invece, la percentuale cala rispettivamente al 49,2 e al 45,2 %. In quelle stesse regioni meridionali, la quota di popolazione a rischio di povertà sfiora un terzo del totale al Sud e supera il 35 % nelle Isole, mentre al Nord-est si ferma al 9,4 %. Un divario che condiziona pesantemente le opportunità di vita di milioni di famiglie.
Reddito e pandemia
Nell’ultimo decennio la crescita reddituale del ceto medio è stata decisamente meno sostenuta rispetto a quella dei ceti più bassi e persino rispetto a quella della classe abbiente. Insomma, chi sta in mezzo risulta penalizzato. L’anno della pandemia ha rappresentato uno spartiacque doloroso. In quel periodo, il ceto medio ha registrato una contrazione del reddito più che doppia rispetto a quella della classe a rischio di povertà. E se anche i più ricchi avevano subito un danno simile, questi ultimi sono stati capaci di recuperare molto più in fretta. SE ne deduce che il ceto medio italiano è particolarmente esposto alle fasi di rallentamento economico. Quando cambia il vento sono proprio le famiglie di questo segmento a risentirne per prime, senza essere veramente abbienti ma essendo anche prive delle reti di protezione riservate ai più poveri.
Casa, lavoro e istruzione: i pilastri
Nonostante queste fragilità, alcune caratteristiche strutturali del ceto medio restano solide. Nel 2025, quasi un terzo delle famiglie che ne fanno parte sono coppie con figli, nella fase centrale del ciclo di vita. Otto su dieci vivono in abitazioni di proprietà: una quota nettamente superiore rispetto alle classi a basso reddito (dove si scende al 59-65 %) ma inferiore a quella dei ricchi, che superano il 91 %. La casa di proprietà resta insomma un simbolo distintivo, anche se non esclusivo. Il mercato del lavoro regge bene. Le famiglie a bassa intensità lavorativa rappresentano appena il 2,5 % di questo gruppo, contro il 30 % tra quelle a rischio di povertà. Inoltre, il livello di istruzione si è alzato rispetto al 2014: per un terzo delle famiglie del ceto medio, la persona di riferimento ha un diploma, e in quasi una su cinque possiede almeno una laurea. Resta però il divario con la classe ad alto reddito, dove i laureati arrivano al 50,6 %. Prevalgono le professioni qualificate, che rappresentano il 40,5 % dei capifamiglia di questo segmento, contro il 16,6 % della fascia a rischio povertà.
Quel sottile disagio economico
Eppure, nonostante condizioni oggettivamente migliori rispetto ai ceti più bassi, il ceto medio italiano mostra segnali di vulnerabilità. Nel 2025, il 16,1 % delle famiglie che ne fanno parte dichiara di arrivare a fine mese con grande difficoltà o con difficoltà. Una percentuale tripla rispetto a quella della classe ad alto reddito (5,2 %) e non certo trascurabile. Negli ultimi dieci anni, gli indicatori soggettivi di deprivazione sono migliorati, ma meno che tra i ricchi. Un dato su tutti: tra il 2014 e il 2024, la spesa media equivalente del settore è passata da 2.543 a 2.935 euro mensili. Sembrerebbe un aumento, ma una volta depurata l’inflazione, la spesa reale è diminuita del 5,6 %. In parole povere: le famiglie spendono di più, ma acquistano meno beni e servizi di prima. Paradossalmente sono stati i più abbienti a ridurre maggiormente la spesa reale (−7,1 %), mentre i ceti bassi hanno perso solo il 4,6 %. Una dinamica che si spiega con il fatto che le famiglie più povere hanno già una spesa al limite della sussistenza, difficilmente comprimibile, e hanno inoltre beneficiato di più interventi redistributivi.
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