Vogliono essere discreti e dialoganti. Ma poi controllano, proteggono, intervengono. Un’indagine svela le contraddizioni del parenting di oggi
I genitori italiani si raccontano al Censis. Portano con loro una visione che fa i conti con il tempo presente, con i costi economici, con gli smartphone in mano ai ragazzini, con la necessità un equilibrio tra il lasciar fare e il proteggere. Il rapporto dell’Istituto di Ricerca “Essere genitori oggi. Valori e significati della genitorialità nella società italiana” riflette l’impegno di crescere un figlio nel 2026. Le famiglie composte da una coppia con figli degli anni Novanta hanno perso il monopolio: se nel 1994 rappresentavano quasi il 48%, oggi sono scese al 29%. Nel frattempo, le persone che vivono sole sono salite dal 21% al 36%, le nascite complessive sono crollate di quasi un terzo, e l’età media alla quale una donna diventa madre per la prima volta ha attraversato i trent’anni. La voglia di avere figli non è scomparsa, ma è diventata una scelta.
Un nuovo modello
Oggi sei genitori italiani su dieci si vedono come discreti, non invadenti, accompagnatori piuttosto che comandanti. Nel 2002 questo atteggiamento corrispondeva a meno di uno su tre. Il genitore che rappresenta la normalità non assomiglia più al padre che imponeva ordini. Le parole cambiano: non più “obbedienza”, ma “fiducia”; non più “perché lo dico io”, ma “proviamo a ragionarne insieme”. Quasi otto su dieci credono che contino più la fiducia che la cieca obbedienza, il 95% pensa che il dialogo sia decisivo, e oltre il 92% è convinto che crescere significhi anche fare errori e imparare dagli insuccessi. È un cambiamento culturale rilevante. L’immagine stessa di un figlio è mutata: non è più una persona da plasmare, ma da accompagnare verso l’autonomia, da dotare di autostima, di capacità di scelta. Il genitore non vuole ridursi a pura autorità: preferisce essere credibile, guida piuttosto che dittatore.
Da genitori a manager
Eppure, l’immagine che madri e padri italiani hanno di sé non coincide completamente con l’agire. Perché mentre si professano discreti, oltre tre su quattro ammettono di supervisionare amicizie, studi e passioni dei figli. Quasi un terzo controlla regolarmente il cellulare o il diario. Due terzi risolvono direttamente i problemi dei ragazzi, e la percentuale sale ancora quando il problema sembra potenzialmente doloroso, umiliante, difficile da riparare. È piuttosto il risultato di una pressione sottile, a volte neanche consapevolmente percepita. Il 79% ritiene che il suo compito sia più complicato rispetto al passato, per ragioni che vanno oltre la semplice economia. Certo, il 35% cita i costi elevati per la crescita, ma il vero peso è diverso. È quello di dover fare “abbastanza”: scegliere lo sport giusto, le lingue, le attività extrascolastiche, gli strumenti tecnologici, il supporto scolastico adatto. Ogni rinuncia può sembrare una sottrazione di opportunità in un mondo che appare sempre più competitivo e instabile. E il genitore diventa manager del proprio figlio.
Autonomia sì, ma non troppa
L’autonomia procede a piccoli passi. Otto genitori italiani su dieci cercano di responsabilizzare i figli fin dalla casa, affidando loro compiti quotidiani semplici: rifare il letto, ordinare la stanza, apparecchiare. Ma solo la metà di loro concede più libertà nella gestione del tempo prima dei quindici anni, meno della metà ritiene giusto far uscire i figli da soli durante il giorno, uno su tre li lascia con gli amici la sera. L’indipendenza avanza, ma per gradi, con condizioni non sempre esplicitate, con una trattativa continua. Pesa in tutto questo il lavoro, che rimane un ostacolo significativo per il 73% degli intervistati. Mentre però le donne subiscono una riduzione di occupazione dopo la maternità (dal 68% scende al 61%), gli uomini vedono l’opposto (dal 78% al 91%). Il 77% delle madri invoca più risorse economiche, mentre l’83% dei padri avrebbe preferito più tempo.
La trappola del digitale
Gli smartphone entrano nelle mani dei figli molto presto: il 46% dei genitori li autorizza entro i dieci anni, il 68% entro gli undici, il 90% entro i dodici. I social network ancora prima, con quasi la metà dei genitori di ragazzini fino a quindici anni che li consente. Il digitale è ammesso ma sotto controllo. Il 55% ha attivato parental control, il 43% geolocalizza i dispositivi. Il 69% conta sul senso di responsabilità del ragazzo, ma non rinuncia alla verifica tecnica. I genitori italiani contemporanei esprimono fiducia, ma con le notifiche sempre attive. E a scuola? Mentre il 72% dei genitori dichiara fiducia negli insegnanti, il 66% ritiene che gli smartphone in classe vadano proibiti completamente. Ma poi il 32% dei genitori ha figli che svolgono i compiti con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Il digitale che si vorrebbe contenere nell’aula è già in casa. E anche qui non basta dire sì o no: bisogna capire quanto, come, con quali regole e quale consapevolezza.
Equilibristi di professione
Il loro non è un mestiere facile, ma i genitori italiani restano ottimisti. Il 67% guarda al futuro dei propri figli con fiducia, speranza, una prospettiva serena, una percentuale addirittura superiore a quella del 2002. Non è un ottimismo ingenuo o trionfale: è piuttosto una postura quotidiana, la scelta consapevole di credere che, pur tra costi da affrontare, lavoro che assorbe, ansie legate al digitale e margini economici sempre più stretti, i figli possano farcela. Il genitore odierno visto da fuori sembrerebbe un equilibrista: vuole restare discreto senza diventare assente, vuole esserci senza soffocare, vuole lasciare spazio ma tenere un occhio aperto. Il tutto, possibilmente, con il telefonino sempre carico e almeno una notifica attiva.
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