I dati Deloitte e Dscout tracciano l’identikit di un’abitudine radicata: il display viene acceso fino a 150 volte in 24 ore, anche in spiaggia
Duemilaseicentodiciassette. È il numero di volte in cui, ogni giorno, in media, un utente medio interagisce con lo smartphone, compiendo una serie di gesti familiari, come aprire un’app, guardare le notifiche, scorrere le pagine web, seguire i social, scrivere o leggere messaggi, acquistare. Nelle ore di maggiore inattività (in ferie o in vacanza) la soglia sale oltre i 5.400 contatti al giorno, con una media di 225 minuti giornalieri. Come dire: tre ore e 45 minuti della propria giornata passati senza mai staccarsi dal cellulare. I dati sono quelli riportati dalla società di ricerca statunitense Dscout che ha monitorato un gruppo eterogeneo di quasi cento utenti Android, tracciando ogni singolo scorrimento, tocco e zoom sullo schermo ventiquattr’ore su ventiquattro. Questo bombardamento digitale prende il via intorno alle sette del mattino per poi crescere costantemente fino all’ora di cena, con picchi di 70mila ‘tocchi’ all’ora, concentrati soprattutto sui social network e sulla messaggistica. In questo scenario, le applicazioni di gioco e quelle di shopping sono i grandi catalizzatori di clic, superando persino colossi come Amazon. E la reazione degli utenti? Dopo aver visto i dati, i partecipanti alla ricerca hanno sminuito i risultati. Qualcuno si è mostrato stupito, qualcun altro rassegnato. Di fatto, il 41% ha dichiarato che non cambierà il modo di usare il telefono, il 24% ha detto che proverà a usarlo meno, il 27% che vorrebbe usarlo meno ma probabilmente continuerà come prima. Il 5% ha affermato che si impegnerà ad usarlo di più. A dimostrazione di come i meccanismi di interazione continua e la comodità delle applicazioni abbiano ormai generato un’abitudine talmente radicata da rendere quasi impossibile qualsiasi tentativo di disintossicazione tecnologica.
Peraltro la dipendenza digitale non va in vacanza. La chiamano ‘sindrome dell’ombrellone’, un’espressione che ben riassume quel paradosso attuale analizzato dallo studio Digital Consumer Trends di Deloitte, che fotografa come l’italiano medio non riesca a separarsi dallo smartphone nemmeno in riva al mare. Oltre la metà compie un vero e proprio riflesso condizionato, controllando il telefono entro 15 minuti dal risveglio, con un 34% che lo fa addirittura nei primi 5 minuti. Una routine ipnotica che si ripete anche la sera, quando l’80% degli italiani fissa lo schermo nell’ultima mezz’ora prima di addormentarsi. Durante la giornata, il display viene acceso mediamente tra le 70 e le 150 volte. Sorprende la gerarchia delle priorità: in vacanza ci si aspetterebbe che l’attenzione sia rivolta alle condizioni del tempo o alle bellezze del luogo; al contrario, le prime attività da svegli sono il controllo delle notifiche, di WhatsApp e dei social network. Sapere cosa fanno gli altri o verificare i ‘like’ delle foto estive è più importante di scoprire se ci sarà il sole o pioverà. Complici anche le custodie impermeabili non ci si stacca dal device neppure stando in acqua. Non a caso, negli stabilimenti balneari spopolano servizi come le app per prenotare dall’ombrellone e ordinare il pranzo e le cassette per ricaricare lo smartphone.
Gli esperti di psicologia dei consumi spiegano questo comportamento con la forza delle abitudini digitali e la ricerca di gratificazione immediata, dinamiche che la distanza dall’ufficio non basta a spezzare. Lo smartphone si trasforma così in una sorta di cordone ombelicale psicologico: si investono tempo e risorse per “evadere”, ma una volta arrivati a destinazione si finisce per ricreare sotto l’ombrellone la stessa identica routine digitale di tutto l’anno.
Lo testimonierebbe un’altra indagine, stavolta su una categoria specifica di utenti. Le ferie estive dovrebbero essere il momento sacro del riposo, ma per la maggior parte dei lavoratori italiani si trasformano in una reperibilità mascherata. Secondo l’Inapp (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche), circa il 60% di loro continua a controllare e rispondere a mail, messaggi o telefonate d’ufficio anche durante i fine settimana o nel corso delle vacanze. Un dato che fotografa come, nonostante il diritto alla disconnessione sia formalmente tutelato dalla legge (a partire dalla normativa sullo smart working del 2017), esercitarlo realmente sia un lusso per pochi. Questa reperibilità silenziosa e quasi mai contrattualizzata nasce da un mix tossico di cultura aziendale del ‘sempre disponibile’, timore di accumulare troppo lavoro al rientro e ansia da prestazione. Complici gli smartphone, i confini tra vita privata e professione si sono fatti fluidi, quasi invisibili. Ma le conseguenze sul benessere psicofisico sono concrete: psicologi e sociologi del lavoro avvertono che non staccare mai la spina alimenta il tecnostress e accelera il rischio di burnout, la sindrome da esaurimento professionale. Finché la reperibilità estiva resterà un’abitudine radicata, il diritto al riposo rischierà di rimanere una bella promessa scritta solo sulla carta.
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