Scomparso l’uomo che per sedici anni è stata la voce pubblica del cattolicesimo nel nostro Paese
Si è spento ieri all’età di 95 anni il cardinale Camillo Ruini, storico presidente della Conferenza episcopale italiana e figura di primo piano nel panorama cattolico italiano tra la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo millennio. Nato a Sassuolo il 19 febbraio 1931, Ruini è stato una delle figure più importanti e discusse del cattolicesimo italiano degli ultimi decenni. Docente di filosofia e poi di teologia dogmatica, fu per quasi trent’anni punto di riferimento per generazioni di seminaristi e teologi, contribuendo alla formazione del clero emiliano. Il suo impegno culturale si espresse anche attraverso la presidenza del Centro culturale “Giovanni XXIII”, che contribuì al dialogo tra fede e modernità. Per i suoi sostenitori difendeva valori fondamentali. Per i critici, invece, rappresentava una Chiesa troppo presente nella politica italiana e troppo schierata.
L’ascesa nella gerarchia ecclesiastica
Nel 1983 Camillo Ruini fu consacrato vescovo ausiliare di Reggio Emilia e Guastalla, e nel 1986 assunse l’incarico di segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana. Due anni dopo fu tra i principali artefici del Convegno ecclesiale di Loreto, evento che segnò la rinnovata volontà della Chiesa italiana di dialogare con la società, dopo le ferite del post-’68. Il punto culminante del suo servizio ecclesiale arrivò nel 1991, quando Papa Giovanni Paolo II lo nominò Vicario generale di Sua Santità per la diocesi di Roma, presidente della Cei e, il 28 giugno dello stesso anno, lo creò cardinale. Da quel momento, Camillo Ruini divenne la voce pubblica più autorevole della Chiesa in Italia, ricoprendo la carica di presidente della CEI per sedici anni, il mandato più lungo nella storia dell’assemblea episcopale.
Il cardinale e la bioetica
Ruini ha guidato la Chiesa italiana in un momento di grandi cambiamenti. All’inizio degli anni Novanta lo scandalo di Tangentopoli aveva fatto crollare la Democrazia Cristiana, il partito che per decenni aveva rappresentato i cattolici in politica. Con la sua fine, Ruini scelse una strada nuova: la Chiesa avrebbe parlato in prima persona, senza passare più da un partito. Divenne dagli anni ’90 il principale regista della ristrutturazione dell’intervento cattolico nello spazio pubblico, segnando una svolta rispetto al tradizionale collateralismo democristiano della Prima Repubblica. Dopo la fine della DC e l’avvento di Forza Italia, il suo approccio non fu più quello di un partito cattolico, ma di una ‘Chiesa pensante’, capace di orientare la politica attraverso princìpi, alleanze culturali e visibilità mediatica. Da allora la CEI intervenne direttamente nel dibattito pubblico su temi come la famiglia, la scuola e la bioetica, quelli che il cardinale chiamava “valori non negoziabili”. Per il Cardinale le questioni di bioetica, legate alla vita e alla morte, erano il banco di prova più drammatico del relativismo contemporaneo contro cui la Chiesa doveva opporsi.
Le battaglie pubbliche
L’esempio più famoso è il referendum del 2005 sulla legge 40 sulla fecondazione assistita. I radicali avevano proposto quattro quesiti per cancellare le parti più rigide della legge, come il divieto di fecondazione eterologa. Ruini non invitò i cattolici a votare “no”: chiese di non andare a votare affatto. In Italia un referendum è valido solo se partecipa più della metà degli elettori. Senza quel quorum, il voto non conta. Andò alle urne solo un italiano su quattro, il referendum fu annullato e la legge rimase invariata. Per la Chiesa fu una vittoria. Negli anni seguenti Camillo Ruini portò avanti altre battaglie. Nel 2006 negò i funerali religiosi a Piergiorgio Welby, che aveva chiesto di interrompere le cure che lo tenevano in vita. Una decisione che fece molto discutere. Nel 2007 fu tra i promotori del primo Family Day, la grande manifestazione in difesa della famiglia tradizionale e contro il riconoscimento delle unioni civili, che in Italia sarebbero state approvate solo nel 2016.
Il rapporto con i pontefici
Camillo Ruini è stato un uomo di fiducia di due papi conservatori, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, con cui condivideva il pensiero sulla la “dittatura del relativismo”, cioè la perdita di punti fermi e di riferimenti etici condivisi. Per lui, la vita non era un oggetto a disposizione del singolo, ma un dono indisponibile, che lo Stato ha il dovere di proteggere. Diverso fu il rapporto con papa Francesco. Il pontefice argentino, con il suo “chi sono io per giudicare”, ha portato una Chiesa più aperta, lontana dallo stile combattivo di Ruini. Negli ultimi anni il Cardinale era diventato un punto di riferimento per i cattolici più conservatori, critici verso Francesco, pur mantenendo sempre un atteggiamento pubblico di rispetto verso il Pontefice. Con la sua morte se ne va il testimone di un’era. Un’era in cui la Chiesa italiana ha esercitato un peso diretto nella vita pubblica nazionale, in cui i suoi pronunciamenti facevano notizia sui giornali del mattino e alimentavano dibattiti televisivi. Che quella stagione appartenga definitivamente al passato dipenderà dalle scelte che la Chiesa italiana compirà nei prossimi anni.
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