Tra le “mandrakate” di Febbre da cavallo, la satira spietata del ragionier Ugo, le storiche “zingarate” di Monicelli, l’erotismo leggero e i brividi di Dario Argento: così le pellicole popolari degli Anni ’70 sono diventate capolavori senza tempo
«Un whisky maschio senza raschio!». È una delle frasi culto del cinema italiano. A pronunciarla è Bruno Fioretti, in arte Mandrake, nel film Febbre da cavallo diventato poi uno dei manifesti del cinema italiano degli Anni ’70. Vestito da vigile urbano, nella centralissima via Ripetta a Roma, Mandrake – un grandioso Gigi Proietti – tenta di rimediare qualche soldo da scommettere ai cavalli, prestando il suo volto per uno spot pubblicitario che si rivelerà un vero fallimento. Con il suo ingresso nel panorama cinematografico italiano nel 1976, per la regia di Steno (Stefano Vanzina), il film si impone sulla scena come ‘re delle commedie’ tra ritmo e genialità pop.
Un anno prima Luciano Salce, insieme alla penna e al corpo di Paolo Villaggio, dà vita al più tragico, surreale e definitivo ritratto della classe impiegatizia italiana: Fantozzi. Uscito nel 1975, il film trasforma il burocrate Ugo Fantozzi in un’icona nazionale: Villaggio firma una spietata critica sociale nascosta dietro la risata. Espressioni come “com’è umano lei” o aggettivi come “fantozziano” entrano da quel momento nel linguaggio comune.
È ancora nel ’75 che arriva sulla scena Amici miei, il capolavoro di Mario Monicelli. Qui la commedia si fa più amara, virando verso il bilancio generazionale. Cinque professionisti fiorentini ormai cinquantenni rifiutano l’età adulta e le responsabilità borghesi rifugiandosi nelle “zingarate”. La pellicola regala alla storia del cinema invenzioni linguistiche immortali come la “supercazzola”.
E ancora, a proposito di commedie, inizia negli Anni ’70 la commedia sexy all’italiana. La storia è spesso la stessa: l’arrivo in una comunità di provincia di una donna bellissima desiderata da tutti. Capostipiti del genere sono L’insegnante (1975) e La dottoressa del distretto militare (1976). Edwige Fenech, Gloria Guida, Barbara Bouchet, Nadia Cassini e Anna Maria Rizzoli sono le protagoniste indiscusse del nuovo filone. Risate, dunque, riflessione ma anche paura. Spostando i confini del giallo classico verso l’horror viscerale, Dario Argento, proprio nel ’75, firma Profondo rosso, con cui costruisce un meccanismo di suspense geometrico e terrificante. La pellicola ridisegna le regole del thriller moderno e dimostra la straordinaria capacità tecnica delle maestranze italiane.
Che si trattasse di scommettitori romani in bolletta, di impiegati tartassati, di cinquantenni nostalgici o di assassini misteriosi, il cinema italiano degli Anni ’70 ha saputo creare un immaginario pop indelebile. Pellicole nate spesso con l’etichetta di “cinema popolare” o di intrattenimento che, a distanza di cinquant’anni, splendono ancora come i veri classici della nostra cinematografia.
(dal numero della rivista 50&Più Giugno)
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