Dalla ribellione dell’adolescenza al grande desiderio collettivo del “noi”, l’analisi di un’epoca che ha cercato di cambiare il mondo tra conquiste storiche e ferite di piombo. Un’eredità da riscoprire per superare il narcisismo del nostro tempo
Nel 1970 avevo undici anni, nel 1980 ventuno. Gli anni dell’adolescenza, della crescita, della ribellione. Il mio vissuto degli anni Settanta è quello di un ragazzo che si affaccia alla vita e cerca di staccarsi dalla famiglia, di diventare adulto e autonomo.
Non faccio questo paragone a caso. Se si guarda a quanto accaduto in quel decennio, ci si accorge che l’umanità, tutta l’umanità, anche se in modi diversi, ha cercato di crescere, ribellarsi, per cambiare l’esistente e cercare di diventare adulta, responsabile. Con un’intensità che non ha avuto eguali nella storia degli ultimi cento anni.
Da quanto vediamo oggi, con il mondo tormentato da guerre e da conflitti devastanti, si direbbe che la specie umana abbia fallito in tale compito e che si trovi invece, oggi, nel pieno della fase narcisistica e onnipotente che caratterizza i bambini, i quali pretendono tutto e non pensano a nessuna conseguenza.
Per questo è necessario capire i Settanta e scoprire quanto, delle contraddizioni di allora, si riverberi ancora nelle nostre vite, in positivo e in negativo. Anni figli del boom, economico e sociale, a tutte le latitudini. Per insistere con il parallelo con la vita di ognuno di noi, è il momento in cui ci si accorge di essere cresciuti fisicamente, di avere le fattezze da adulto, senza sapere cosa fare esattamente di quella persona che noi stessi stentiamo a riconoscere.
La fine dei Sessanta coincide con l’esplosione del desiderio, a tutti i livelli. L’etimologia del verbo desiderare è esemplare: de-siderare vuol dire staccare lo sguardo dalle stelle, perché il segno tanto atteso non è arrivato. Non da lì, non da dove ci si aspettava. Come afferma lo psicanalista Jacques Lacan, il desiderio esprime in primo luogo una mancanza. Ciò che si desidera è, banalmente e costitutivamente, lontano, forse inafferrabile.
Sotto questa luce, gli anni Settanta si possono leggere come espressione di un grande desiderio collettivo di cambiamento, che ha privilegiato il bene comune, il ‘noi’, il quale si è scontrato con la paura del cambiamento stesso, con il timore egoistico di perdere in un attimo il benessere che, almeno in una piccola parte del mondo – il cosiddetto Occidente – si era riusciti a conquistare.
Un altro carattere distintivo dei Settanta, passati alla storia come “anni di piombo”, è la violenza. In particolare, in Italia, per le stragi che ne hanno segnato la cronologia: da quella del 12 dicembre del 1969 alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, a Milano, a quella del 2 agosto del 1980, alla Stazione di Bologna. Con un bilancio sanguinoso che ha devastato la nostra società civile, facendola sprofondare nella paura: più di seimila atti di violenza politica, con circa 1.200 vittime, di cui 351 morti.
A cinquant’anni di distanza, il bilancio finale degli anni Settanta è quindi tutto negativo? O qualcosa è rimasto di quello slancio vitale, di quella giovinezza che non è diventata adulta?
Credo di sì.
La rivoluzione delle donne, il loro rivendicare presenza e ruolo attivo in tutti i campi, è frutto delle battaglie di quegli anni, in Italia simboleggiate dalle vittorie nei referendum sul divorzio (1974) e sull’aborto (1981). Quel ruolo non passivo e indipendente che i tanti femminicidi compiuti negli ultimi anni, retaggio di una società patriarcale ancora presente, vogliono di fatto stroncare.
Altro frutto tangibile è il varo, nel maggio del 1970, dello Statuto dei Lavoratori, che recepisce i dettami della nostra Costituzione, ma è profondamente influenzato dall’emergere della classe lavoratrice come soggetto politico. Con le parole d’ordine di libertà e dignità del lavoro, si espresse un desiderio più profondo della società civile di quegli anni.
Infine, la cultura, che in quegli anni fu considerata come un indispensabile strumento per l’emancipazione di tanti. Gli echi di quell’esplosione che nei Settanta rivoluzionò il modo di fruire le arti, la letteratura, la musica e il cinema, risuonano ancora ai nostri giorni: i grandi concerti di massa a cominciare da Woodstock (agosto 1969) o i Festival della poesia come quello di Castelporziano a Roma, nel giugno del 1979, e le installazioni che hanno portato l’arte fuori dai musei, come il Grande Cretto di Alberto Burri a Gibellina, iniziato nel 1979. Quel moto profondo, rivoluzionario, ha liberato energie preziose che ancora agiscono nei linguaggi artistici, rendendoli dinamici e innovativi.
Come rinnovare l’eredità degli anni Settanta, come aggiornare e adeguare ai nostri tempi quello slancio che comunque ne segnò, nel bene e nel male, la vitalità? È forse la scommessa che attende il nostro tempo, a cui necessita uno scatto di creatività che liberi nuove energie positive e faccia tornare di moda il ‘noi’, soppiantando gli ego strabordanti che ci stanno conducendo alla rovina.
(dal numero della rivista 50&Più Giugno)
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