Longevità, neurobioetica e futuro dell’umanità: due giorni a Roma per ripensare l’invecchiamento
Cosa significa vivere più a lungo? Per decenni, allungare la vita è stato un traguardo silenzioso della scienza. Oggi, però, quel traguardo solleva interrogativi nuovi: come si invecchia? E, soprattutto, perché si invecchia in un certo modo? Aquesti interrogativi risponde il Vatican Longevity Summit, in programma ieri ed oggi a Roma, presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. L’iniziativa è promossa dall’Istituto Internazionale di Neurobioetica insieme a Brain Circle Italia, con il patrocinio della Pontificia Accademia per la vita. L’obiettivo è quello di affrontare il tema della longevità in modo integrale, tenendo insieme ciò che la tecnica separa. Come riporta Vatican News, per il presidente dell’Istituto Internazionale di Neurobioetica e promotore del Vatican Longevity, padre Alberto Carrara: “riflettere sulla longevità significa mettere la persona al centro di tutto, con il suo immenso valore e le sue speranze per il domani. Penso che sia importante incoraggiare un dialogo interdisciplinare costruttivo, per accompagnare i futuri passi dell’umanità”.
Cervelli, cellule e domande
Il programma ruota attorno a quattro aree tematiche: la scienza dell’invecchiamento, il cervello e le neuroscienze, la rigenerazione e le biotecnologie, senza dimenticare l’arte, la filosofia e l’etica. Perché la longevità non è solo un problema di telomeri o di farmaci antiaging. È anche una questione di senso. Tra i relatori spiccano nomi di peso mondiale. Il premio Nobel per la Medicina Thomas C. Südhof, il pioniere della riprogrammazione cellulare Juan Carlos Izpisúa Belmonte, il neuro scienziato Rusty Gage, il ricercatore della Stanford University Hiromitsu Nakauchi e l’esperto di senescenza cellulare Guido Kroemer. Tutti riuniti nello stesso luogo per confrontarsi su un punto cruciale: come trasformare la fragilità in risorsa e il declino in opportunità di cura.
Non solo anni, ma vita
Per anni l’invecchiamento è stato raccontato come un lento naufragio. Oggi la narrazione cambia. Non perché la scienza abbia trovato l’elisir eterno ma perché ha imparato a guardare il fenomeno con occhi diversi. Alzheimer, declino cognitivo, medicina preventiva e rigenerativa: i progressi di questi campi mostrano che vivere più a lungo non significa automaticamente vivere peggio. Il vero nodo, come viene ripetuto dagli organizzatori, non è aumentare l’aspettativa di vita fine a sé stessa. L’obiettivo è più ambizioso: aggiungere vita agli anni, non solo anni alla vita. Come dire: serve un invecchiamento integrale e sostenibile, dove il benessere personale diventa la bussola.
Una Carta Etica per la longevità che verrà
A conclusione dei lavori verrà presentata la Carta Etica sulla Longevità, frutto della riflessione collettiva tra i partecipanti. Un documento che non avrà la pretesa di chiudere il dibattito, ma quella di aprirlo responsabilmente. Perché uno degli aspetti più delicati riguarda l’equità: le ricerche più avanzate non devono diventare un privilegio per pochi. Democratizzare la conoscenza è la condizione per uno sviluppo più giusto. Il Summit non offre risposte facili. E del resto non potrebbe farlo, perché la longevità è un territorio di confine tra biologia, morale e politica. Ma offre uno sguardo. Quello di una scienza che non rinuncia alle domande di senso e di un’etica che non ha paura dei dati. Alla fine, forse, il vero progresso non sarà solo vivere cent’anni. Sarà riuscire a dare un perché a ognuno di essi.
TUTTE LE ULTIME NOTIZIE SU SPAZIO50.ORG
© Riproduzione riservata
