Dal rapporto Confcommercio emerge un quadro critico. Le città italiane perdono punti vendita a ritmo elevato, con rischi crescenti per la vivibilità urbana e i servizi ai cittadini.
Centri storici svuotati, vetrine abbassate
L’Italia perde negozi a una velocità sempre più sostenuta. Tra il 2012 e il 2025 sono scomparsi 156mila punti vendita del commercio al dettaglio e ambulante, più di un quarto del totale nazionale.
Il dato emerge dall’analisi Città e demografia d’impresa, elaborata dall’Ufficio Studi di Confcommercio su 122 città, 107 capoluoghi di provincia e 15 comuni non capoluogo tra i più popolosi. La ricerca è stata presentata in una conferenza stampa dal direttore dell’Ufficio Studi, Mariano Bella, insieme a Paolo Testa, responsabile Urbanistica e Rigenerazione Urbana.
Il tasso di desertificazione è passato da una media annua del 2,2% alle precedenti rilevazioni al 3,1% nel 2025: un’accelerazione che preoccupa. «I negozi stanno chiudendo, le vetrine si stanno abbassando e questo significa degrado della città, rischio di abbandono, tutti fenomeni che conosciamo e che abbiamo sotto gli occhi; quindi, riteniamo che si debba affrontare la situazione in modo energico, puntuale e strategico», ha spiegato Paolo Testa.
I numeri del declino
Il commercio al dettaglio ha perso 129mila unità in tredici anni. Si è passati da 551mila negozi nel 2012 a 422mila nel 2025, con un calo del 23,4%. Il commercio ambulante ha perso 27mila esercenti, una riduzione del 29%. Le categorie più colpite nei centri storici sono quelle legate ai beni non alimentari. Le edicole segnano un crollo del 51,9%, abbigliamento e calzature cedono il 36,9%, mobili e ferramenta il 35,9%, libri e giocattoli il 32,6%. Bar e commercio ambulante risultano anch’essi in calo.
Al contrario, crescono le attività orientate al turismo e alla ristorazione: i ristoranti guadagnano il 35%, rosticcerie, gelaterie e pasticcerie il 14,4%, e soprattutto gli affitti brevi (classificati come “altri alloggi”) segnano un incremento del 184,4%. I B&B nel Sud sono quasi quadruplicati nei centri storici dal 2012. Crescono in misura più contenuta anche farmacie e punti vendita di computer e telefonia. A livello geografico, il Nord registra le perdite più consistenti, mentre il Mezzogiorno mostra una tenuta maggiore, seppur con uno sviluppo commerciale meno ordinato.
L’ombra dell’e-commerce e la trasformazione strutturale
Nel 2025 le vendite online rappresentano l’11,3% dei consumi totali di beni acquistabili in rete e il 18,4% dei servizi. Tra il 2015 e il 2025, l’indice di vendite al dettaglio totale è cresciuto del 14,4%, ma le piccole superfici sono rimaste ferme a quota zero, mentre l’online è quasi triplicato con un +187%.
Il valore delle vendite online è passato da 31,4 miliardi nel 2019 a 62,3 miliardi nel 2025. Questo fenomeno, combinato con le trasformazioni socioeconomiche e demografiche, genera un circolo vizioso. La riduzione dei negozi diminuisce l’attrattività commerciale delle aree urbane, il che alimenta un’ulteriore contrazione dell’offerta.
Sul fronte della struttura d’impresa, le società di capitali sono cresciute dal 9% al 17% nel commercio al dettaglio e dal 14,2% al 30,6% nell’alloggio e ristorazione. La dimensione media delle imprese italiane è salita da 2,4 addetti nel 2012 a 3 addetti nel 2025, segnale di una progressiva strutturazione del settore terziario.
Il ruolo delle imprese straniere
Un dato che merita attenzione riguarda le imprese a titolarità straniera.
Nel periodo 2012-2025, queste sono cresciute di 134mila unità, a fronte di un calo di 290mila per le imprese italiane. Sul fronte occupazionale, hanno generato 194mila nuovi posti di lavoro. Le aziende con titolari stranieri restano mediamente più piccole, da 1,9 addetti a 1,7, e svolgono una funzione di “supplenza”, spesso nei contesti urbani più fragili.
«Quando sentiamo parlare male dei nostri settori, che sono settori dove si dice che ci sia bassa produttività, – ha sottolineato Mariano Bella -suggerirei di ricordare anche questi aspetti». «Perché con la situazione confusa sui flussi migratori che riguarda il nostro Paese, in generale l’Europa, se ci sono settori che riescono a includere e talvolta a integrare gli stranieri forse è un valore meta-economico del quale bisogna tenere conto».
Un’emergenza urbana: la posizione di Confcommercio
Il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, non usa mezzi termini: «La desertificazione commerciale è diventata un’emergenza che penalizza le aree urbane, con meno servizi e meno sicurezza. Va avviato il nostro progetto Cities con i sindaci su tre priorità: disciplinare l’offerta commerciale nei centri storici, riutilizzo immediato dei locali sfitti, coniugare sviluppo economico e urbanistica».
Le proiezioni al 2035 prefigurano città meno illuminate, quartieri-dormitorio, una popolazione anziana in difficoltà nel fare la spesa, e un potenziale aumento del degrado urbano. Per invertire la rotta, Confcommercio avanza proposte concrete nell’ambito del “progetto Cities“. Riconoscere le imprese di prossimità come attori del governo urbano, integrare politiche di sviluppo economico e urbanistica, dotarsi di strumenti di conoscenza condivisi, disciplinare l’offerta nelle aree sensibili e gestire attivamente i locali sfitti. L’associazione chiede ai sindaci e agli assessori un confronto diretto, anche in collaborazione con l’Anci.
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