Chi è l’erede del Trono del Pavone che dopo decenni di esilio negli Stati Uniti vuole riprendere in mano le sorti dell’Iran
Vive in un sobborgo nei pressi di Washington D.C., frequenta i caffè del quartiere, spesso in compagnia della moglie Yasmine e delle tre figlie, senza scorte visibili. Reza Ciro Pahlavi, 65 anni, è l’uomo che alcune migliaia di iraniani hanno acclamato durante le manifestazioni spontanee del gennaio di quest’anno con slogan come “Torni lo Scià” e “Pahlavi tornerà!”. Figlio primogenito dell’ultimo Scià dell’Iran, Reza Mohammad Pahlavi, e dell’ex regina Farah Diba, vive in esilio negli Stati Uniti da quando aveva diciannove anni. La Rivoluzione islamica del 1979 aveva spazzato via tutto: il trono, la famiglia, il paese.
Oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, quella storia sembra riaprirsi. Le proteste che agitano l’Iran, alimentate dalla repressione e da un malcontento diffuso soprattutto tra le giovani generazioni, hanno riportato il suo nome al centro del dibattito internazionale. E lui ha colto l’occasione, non solo sostenendo, ma incoraggiando – come riporta il sito Rai – il popolo a manifestare in attesa di azioni future. Anche sua madre, Farah Diba, ha pubblicato messaggi di incoraggiamento sui social da Parigi, città in cui vive da anni. La famiglia Pahlavi si è ricompattata attorno a un obiettivo comune: farsi trovare pronti se e quando il regime degli ayatollah dovesse vacillare.
Una dinastia controversa
Per capire chi è Reza Ciro Pahlavi bisogna guardare alla storia del padre. Mohammad Reza Pahlavi salì al potere nel 1953, grazie a un colpo di Stato orchestrato con il sostegno di Stati Uniti e Gran Bretagna, che depose il primo ministro Mohammad Mossadeq. Quest’ultimo aveva nazionalizzato il petrolio iraniano nel 1951, sottraendo il controllo alla britannica Anglo-Iranian Oil Company. Da quella vicenda nacquero le cosiddette “Sette Sorelle”. Lo Scià fu grande amico di Enrico Mattei, l’artefice dell’ENI italiano. Una storia che meriterebbe un racconto a parte. Il regno del padre fu segnato da luci e ombre. Le foto di quegli anni mostrano donne per le strade in abiti occidentali. Ma accanto a questa modernizzazione forzata conviveva una repressione poliziesca brutale, garantita dalla Savak, la polizia segreta del regime. Corruzione, disuguaglianze, sprechi: quando Khomeini arrivò, il terreno per la rivoluzione era già stato preparato dal malcontento popolare.
Un ruolo ancora tutto da costruire
Sul piano privato, Mohammad Reza Pahlavi ripudiò la prima moglie, la regina Soraya, sposando poi Farah Diba, che gli diede Reza Ciro e altri due figli, Ali-Reza e Leila, entrambi morti suicidi negli anni dell’esilio. Reza Pahlavi ha sempre cercato di distinguere la propria figura da quella del padre. Già a giugno scorso, durante una conferenza stampa a Parigi, aveva escluso un ritorno alla monarchia, presentandosi piuttosto come garante di una transizione democratica capace di unire le diverse anime dell’opposizione iraniana. Un compito tutt’altro che semplice e gli osservatori internazionali restano cauti. Le generazioni più giovani guardano con sospetto ai suoi stretti legami con Israele e Washington, e teme che un suo eventuale rientro possa configurarsi come l’imposizione dall’esterno di un governo fantoccio.
Succo di pomodoro contro il principe
La sua visibilità politica è tornata prepotentemente alla ribalta anche in Europa. Ieri a Berlino, dopo una conferenza stampa, un manifestante gli ha lanciato addosso un liquido di colore rosso. Poco prima dell’aggressione, il principe aveva criticato apertamente il recente cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, definendolo illusorio. “Non mi sembra che il regime iraniano stia cambiando”, ha detto. A suo avviso, la diplomazia ha già avuto “abbastanza possibilità” e continuare su quella strada significa legittimare un potere che non ha alcuna intenzione di riformarsi davvero. La visita era privata: nessun incontro ufficiale con esponenti del governo tedesco era in programma. Ma la sua presenza non è passata inosservata, soprattutto dopo la guerra dei dodici giorni di giugno scorso in cui Israele aveva colpito le infrastrutture nucleari iraniane. Da allora, Reza Pahlavi ha intensificato la sua attività politica, cercando di intestarsi la guida dell’opposizione sia dentro che fuori i confini dell’Iran.
Il giorno del ritorno: uno scenario possibile?
“Mi sto preparando a tornare in patria per stare con voi, quando la nostra rivoluzione nazionale sarà vittoriosa. Credo che quel giorno sia molto vicino”, ha dichiarato il principe con ambiguità. Le piazze iraniane, almeno in parte, sembrano averlo ascoltato: dopo il suo appello del 6 gennaio, immagini e video hanno mostrato manifestanti marciare attraverso Teheran e altre città con slogan che mescolavano l’opposizione al regime a grida come “Questa è la battaglia finale, Pahlavi sta tornando”. Se quella transizione si realizzerà davvero, e in che forma, nessuno è in grado di dirlo. Ma la storia dell’Iran, con le sue rivoluzioni improvvise e i suoi equilibri fragili, ha già insegnato che il futuro sa sorprendere. Reza Cio Pahlavi lo sa bene. Aspetta da quarantasei anni.
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