A Roma spopolano in centro le vetrine con operose pastaie in azione, ma la vera tradizione è un’altra cosa
Il centro storico di Roma ha un nuovo spettacolo. Non i monumenti, non i vicoli, ma le mani infarinate di donne che impastano dietro una lastra di vetro. Il Washington Post dedica un reportage a quella che definisce la nuova trappola per turisti della Capitale. Le cosiddette “nonne della pasta” lavorano in bella vista nei ristoranti di Trastevere, attirando folle di visitatori stranieri, convinti di assistere a un rito di autentica italianità. Ormai sempre più locali espongono in vetrina donne dall’aspetto anziano e casalingo intente a stendere la sfoglia. Il quotidiano americano racconta come quella che viene proposta come un’immagine genuina del paese si sia trasformata in un potentissimo strumento di marketing. Le protagoniste di questo teatro culinario sono lavoratrici che svolgono un doppio ruolo: producono pasta e diventano attrazioni scenografiche per attirare i clienti. Un meccanismo perfetto, studiato per conquistare l’attenzione dei passanti e trasformare un gesto quotidiano in un’esperienza social.
Una trappola perfetta
Il Washington Post definisce quello delle nonne della pasta un vero e proprio test di Rorschach per gli osservatori. Per alcuni residenti e appassionati, quelle vetrine rappresentano un rassicurante ritorno alla tradizione. Per altri, invece, incarnano il trionfo della spettacolarizzazione sui quartieri storici, ridotti a scenografie per turisti. La guida gastronomica Sophie Minchilli definisce questi ristoranti più teatro che tradizione. Un indizio? Gli orari prolungati, che non rispettano la pausa pomeridiana delle autentiche trattorie romane. L’esperta di gastronomia Katie Parla, interpellata dal quotidiano americano, riconosce il genio del marketing. Secondo lei, questi locali offrono contenuti costruiti apposta per le persone, sono fotogenici e imitano qualcosa che il pubblico percepisce come autentico. Una messa in scena che funziona perché vende l’idea di Italia che i turisti cercano, anche quando la realtà culinaria è ben diversa. E proprio qui sta il paradosso più sottile del dibattito.
Il paradosso della tradizione
I quattro piatti simbolo della cucina romana – carbonara, gricia, amatriciana e cacio e pepe – si preparano generalmente con pasta secca, non con quella fresca all’uovo che le sfogline sfornano in vetrina. L’unica eccezione sono i tonnarelli per il cacio e pepe. Marina Cacciapuoti, fondatrice di Italy Segreta, osserva che molti grandi piatti italiani sono pensati per essere preparati con pasta secca, non fresca. “È probabilmente fatta in casa ed è deliziosa, ma è sbagliata come rappresentazione della tradizione romana”, spiega Minchilli. Un dettaglio che i turisti difficilmente colgono, attratti dallo spettacolo delle mani delle mature signore che lavorano la pasta. E il meccanismo funziona alla perfezione, tanto che sempre più ristoratori decidono di allestire vetrine con pastaie al lavoro, alimentando un circolo vizioso che rischia di omologare l’offerta gastronomica del centro storico.
Il turismo delle nonne della pasta
Quello delle nonne della pasta è un fenomeno attrattivo per il turista odierno, perché ripropone il tema della tradizione e della cultura del territorio. Qualche tempo fa il New York Times aveva dedicato un reportage a un’iniziativa di turismo esperienziale nata a Palombara Sabina, un comune non lontano da Roma. Al centro dell’articolo, intitolato “What’s More Italian Than Making Pasta With Nonna?” (“Cosa c’è di più italiano che imparare a fare la pasta con una nonna?”) c’è un progetto locale che coinvolge le donne anziane del borgo nell’insegnamento della pasta fresca ai turisti. L’iniziativa punta a valorizzare le competenze delle pensionate del paese, trasformandole in guide gastronomiche per visitatori provenienti soprattutto da Stati Uniti, Canada ed Europa.
Tradizione e welfare
Durante le sessioni, gli ospiti apprendono le tecniche tradizionali di impasto e taglio di specialità come fettuccine e gnocchi direttamente all’interno di cucine locali. Ma oltre all’aspetto economico e di promozione del territorio, l’analisi del quotidiano statunitense evidenzia la valenza sociale dell’operazione. Da un lato, l’attività favorisce l’inclusione attiva della popolazione anziana e il contrasto all’isolamento sociale nei piccoli centri storici; dall’altro, rappresenta uno strumento di marketing territoriale volto a destagionalizzare i flussi turistici e a deviarli dalle rotte congestionate della vicina capitale, offrendo al contempo un canale di conservazione per un patrimonio immateriale altrimenti a rischio di dispersione.
Credit foto: davide bonaldo/Shutterstock.com
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