Il nostro Paese è il più vecchio d’Europa con un’età media di 49,1 anni e un tasso di fertilità tra i più bassi al mondo
La popolazione europea ha raggiunto il suo massimo storico. Secondo la terza edizione del rapporto “Demographic transformation in the Eu”, pubblicato il 14 luglio dalla Commissione europea, nel 2029 toccheremo quota 453,3 milioni di persone. Da lì, un declino inesorabile. Entro il 2100, gli abitanti dell’Unione europea scenderanno a 398,8 milioni. Una riduzione dell’11,7% rispetto ai numeri attuali: per trovare una cifra simile, bisogna tornare alla seconda metà degli anni Settanta. Ma il dato che preoccupa di più riguarda l’Italia. Il declino demografico qui si presenta più rapido e profondo rispetto alla media europea. Le proiezioni parlano di 50 milioni di residenti in meno entro la fine del secolo. Un crollo che non ha precedenti nella storia del Paese e che lo trasformerà radicalmente.
Un paese di anziani
Al 1° gennaio 2025, l’età media in Italia era di 49,1 anni. Significa che metà della popolazione ha più di quarantanove anni, mentre la media europea si ferma a 44,9. In Irlanda, il Paese più giovane dell’Unione, è di 39,6 anni. La fotografia scattata dal Centro comune di ricerca della Commissione mostra che l’Italia non solo è già il Paese più vecchio d’Europa, ma che lo resterà. Entro il 2100, l’età media italiana salirà ulteriormente, fino a superare i 51 anni. Un dato che, proiettato sul futuro, disegna un paese di soli anziani. In Italia il declino demografico si manifesta prima di tutto con questo invecchiamento strutturale, che condizionerà ogni aspetto della vita sociale ed economica. Il rapporto prevede che quasi un europeo su tre avrà almeno 65 anni entro il 2050, contro uno su cinque oggi. E per il 2100, l’aspettativa di vita potrebbe superare i 90 anni per le donne e gli 86 per gli uomini. L’Italia è terza in Europa, dopo Spagna e Svezia, per longevità. Ma vivere più a lungo, se non accompagnato da politiche adeguate, significa più pressione su pensioni, sanità e assistenza.
Poco più di un figlio per donna
Il tasso di fertilità totale nel nostro Paese è fermo a poco più di 1,1 figli per donna. Tra i più bassi d’Europa, dopo Lettonia, Estonia, Spagna, Polonia, Lituania e Malta. Per mantenere stabile la popolazione in assenza di migrazioni, servirebbe un tasso di 2,1 figli per donna. La stima per il 2100 è di poco inferiore a 1,5. Un miglioramento, ma ancora lontano dal livello di ricambio generazionale. Lo scenario peggiore è quello a saldo migratorio zero. In quel caso, la popolazione europea diminuirebbe del 32%, con 130 milioni di persone in meno rispetto al 2025. Ma anche la migrazione, sottolinea il rapporto, non sarà sufficiente a compensare la decrescita naturale. Il declino demografico in Italia, in particolare, risente di questa doppia morsa: poche nascite e un saldo migratorio che, da solo, non basta a invertire la rotta. Nel 2100, l’Europa rappresenterà appena il 3,4% della popolazione mondiale, contro il 5,4 % del 2025. L’Italia, con il suo peso demografico in calo, perderà rilevanza internazionale e capacità di influenzare le decisioni europee.
Meno lavoratori, più disuguaglianze
Tra il 2025 e il 2050, l’Unione europea perderà circa 1,2 milioni di persone in età lavorativa. Senza immigrazione, il dato raddoppia a 2,4 milioni. Una contrazione che metterà sotto pressione il mercato del lavoro, i sistemi sanitari e le finanze pubbliche. Welfare, pensioni e sanità sono stati disegnati per una popolazione in crescita, con una solida base di giovani. Con meno persone che lavorano e più anziani da sostenere, quei modelli mostrano tutte le loro crepe. La relazione della Commissione lo dice senza giri di parole: la sostenibilità di questi sistemi è a rischio. Il declino demografico rende questa crisi ancora più acuta in un’Italia che parte da una situazione già critica, con un debito pubblico elevato e una spesa pensionistica tra le più alte d’Europa. E non è solo un problema economico. Il rapporto evidenzia che la contrazione demografica rafforzerà le disuguaglianze tra i Paesi membri e al loro interno. Le regioni più svantaggiate, quelle con minore capacità di attrarre investimenti e giovani, saranno le prime a spopolarsi. In Italia, il divario Nord-Sud rischia di ampliarsi ulteriormente, con il Mezzogiorno che pagherà il prezzo più alto della crisi demografica.
La risposta dell’Ue
Il rapporto indica alcune strade per mitigare gli effetti della contrazione demografica. La prima è aumentare la partecipazione al lavoro di gruppi sottorappresentati, come le donne e i giovani. In Italia, il tasso di occupazione femminile è tra i più bassi d’Europa. Un potenziale enorme ancora inespresso. La seconda è valorizzare le competenze, garantendo un migliore incontro tra domanda e offerta di lavoro. L’alta formazione sarà sempre più centrale. Ma senza persone qualificate, non servirà a molto. La terza strada è l’innovazione tecnologica. Come aveva sottolineato il rapporto Draghi, la lentezza nell’adozione dell’intelligenza artificiale è una delle ragioni del divario produttivo tra l’Unione europea e i suoi competitor. L’AI può compensare la mancanza di lavoratori, aumentando la produttività. Ma richiede investimenti, formazione e una strategia.
Credit foto: Tomherkules/Shutterstock.com
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