Identificato il colpevole della morte della musa preferita del celebre pittore famosa per la sua bellezza angelica
Simonetta Vespucci, più nota come la Venere dipinta da Sandro Botticelli, è stata per secoli l’emblema dell’estetica femminile rinascimentale. I suoi lineamenti perfetti sono ritratti in alcune delle opere più celebri della storia dell’arte, dalla Nascita di Venere – appunto – alla Primavera. Ma la sua vita fu breve e la sua morte, avvenuta a soli ventitré anni nel 1476, hanno alimentato per secoli interrogativi e leggende. La tubercolosi, malattia endemica e letale nell’Italia del Quattrocento, veniva data per certa. Oggi, però, si fa strada una nuova ipotesi. La Venere del Botticelli potrebbe essere morta per le complicanze di un tumore ipofisario. Una condizione che spiega i sintomi descritti dalle cronache dell’epoca e le alterazioni fisiche riscontrabili nei dipinti del maestro. La ricerca ha utilizzato strumenti moderni come il riconoscimento facciale per analizzare le opere di Botticelli. Gli studiosi hanno rilevato sottili variazioni nella mascella, nella fronte e nei tessuti del viso della musa, cambiamenti compatibili con la crescita lenta di un adenoma ipofisario. La Venere dipinta da Sandro Botticelli, insomma, svela oggi un mistero durato oltre cinquecento anni.
I sintomi che ingannarono i medici
Le cronache dell’epoca descrivono gli ultimi giorni di Simonetta Vespucci. Soffriva di mal di testa debilitanti, stati confusionali, allucinazioni, vomito e febbre alta. A questi sintomi si aggiungevano copiose epistassi, e rinorrea. I medici dell’epoca, Maestro Stephano inviato da Lorenzo de’ Medici e Maestro Moyse della famiglia Vespucci, brancolavano nel buio. Stephano parlava di una malattia intrinseca legata all’ambiente di vita, Moyse diagnosticò la tisi, la tubercolosi. La terapia contro questa malattia, purtroppo, non ebbe alcun effetto, e Simonetta morì nel giro di pochi giorni. Oggi, rileggendo questi sintomi con le conoscenze della medicina moderna, il quadro appare chiaro. I forti mal di testa, le alterazioni della vista, la confusione mentale e il vomito sono tutti segni di una possibile apoplessia ipofisaria. Una condizione acuta in cui un tumore dell’ipofisi sanguina o si gonfia improvvisamente. La morte della Venere del Botticelli, quindi sarebbe stata rapida e drammatica, causata da un collasso della regolazione ormonale.
Il crollo durante un ballo
Due episodi documentati dei mesi precedenti la morte di Simonetta assumono oggi un’importanza cruciale. Il primo è il collasso durante un ballo piuttosto animato, raccontato in lettere tra il suocero, Piero Vespucci, e Lorenzo de’ Medici. Simonetta cadde a terra inerme, con il sangue che le colava dal naso, mentre gli astanti cercavano di soccorrerla. Il secondo episodio riguarda una presunta aggressione da parte di Alfonso II d’Aragona, duca di Calabria, che potrebbe aver scatenato un trauma. Entrambi gli eventi, secondo i ricercatori, avrebbero potuto innescare un’emorragia o un’improvvisa espansione del tumore ipofisario, portando a quell’apoplessia che sarebbe stata fatale. La Venere del Botticelli, già probabilmente affetta da un adenoma in crescita lenta, avrebbe visto la sua condizione precipitare a causa di questi episodi traumatici. Questo nesso tra eventi esterni e una patologia endocrina di base offre una spiegazione coerente e scientificamente plausibile per la sua morte improvvisa.
Una devozione eterna
Botticelli, dipinse la Venere più celebre della storia utilizzando la memoria, i disegni preparatori e l’immagine idealizzata di una donna che non c’era più. Non si trattava di un ritratto dal vivo, ma di un’ossessione artistica e sentimentale: il pittore continuò a riprodurre i suoi lineamenti per anni dopo la scomparsa, come una sorta di atto di devozione postuma. Lo stesso accade per la Primavera, realizzata nello stesso periodo: anche lì, il volto di Flora e della Grazia centrale riporta i tratti di Simonetta, morta da tempo. Questa scelta rende il caso ancora più straordinario. La Venere del Botticelli è il frutto di un amore platonico e di un culto della bellezza che sopravvisse alla morte della musa. Il fatto che il pittore abbia chiesto, nel 1510, di essere sepolto ai suoi piedi nella chiesa di Ognissanti, conferma quanto quel legame fosse profondo e duraturo.
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