Il legame viscerale tra l’autore del Male oscuro e il promontorio di Capo Vaticano rivive grazie a una riedizione storica. Dalla denuncia dei latifondi alla sintonia con Pasolini contro la speculazione edilizia
“Andammo con l’automobile fin dove fu possibile, poi a piedi. La strada, o meglio il sentiero che ne era rimasto, saliva appena, verso la gobba del promontorio. […] Non mi sembrava d’andare verso una scoperta turistica di capitale importanza, anzi, più camminavo e più mi preparavo a qualcosa di deludente, forse una punta bassa, immersa in un mare scialbo. Invece il mare si spalancò sotto, da un’altezza di sessanta metri. Il promontorio finiva così, a picco, e in basso c’erano scogli di varia forma e varia dimensione, contro i quali le onde diventavano di colpo bianche di schiuma, e tra gli scogli c’erano piccole spiagge segrete, che potevamo scoprire solo sporgendoci dall’orlo del precipizio. C’era il mare, di cui sentivamo solo le voci più vicine, e il mondo sembrava ancora nuovo e misterioso, come quando nascevano i miti”. È la scena di un improvviso colpo di fulmine, quella che Giuseppe Berto – lo scrittore de Il cielo è rosso e Il male oscuro – descrive a proposito del suo arrivo a Capo Vaticano. In quel lembo di Calabria, il promontorio affacciato da nord sul golfo di Gioia Tauro, preciso dirimpetto alla punta siciliana dello stretto di Messina, che dista forse 50 chilometri e sembra a portata di abbraccio, Berto arriva nel 1956. Trascina il suo passato scomodo di “compromesso” con il regime fascista e un presente inquieto di “malato” alle prese coi fantasmi dell’io, con l’angoscia e la nevrosi. Cerca un “rifugio di pietra” lontano dai garbugli di Roma, dove vive ormai da tempo: non al nord da cui proviene, nel Veneto dove è nato nel 1914, ma nel sud imbalsamato e fiero, fulminato di sole, affogato di miseria e noia, che ha cominciato a conoscere quasi dieci anni prima. Trova quel rifugio a Capo Vaticano, in coda a un’incursione avventurosa, superando il cinismo e lasciandosi vincere dalla meraviglia. La sua “terra promessa” si nasconde in mezzo alla roccia selvaggia, al granito bianco-grigio ferocemente sfrangiato, vicino alla casa bianca di un faro con la torretta, poche decine di metri sopra un mare azzurro immacolato, steso dalla riva all’orizzonte come una lastra increspata di quarzo. Se la metropoli tentacolare, se gli incontri, i conciliaboli intellettuali, i duelli letterari che la routine impone, sono la malattia contratta da Berto, quella che lo paralizza anche nella scrittura, il mare – contemplato, annusato, udito – sembra la sua medicina. L’inquietudine, come una zuffa di onde, si ricompone nell’azzurro, l’angoscia trova sfogo nell’immensità, la nudità degli elementi ripropone l’infanzia e l’imponenza del mito. E proprio Il mare da dove nascono i miti si intitola una raccolta di scritti “giornalistici” di Berto, di recente ripubblicati da Settecolori, storica casa editrice nata a Vibo Valentia. È la prima di una serie di uscite che mirano a riaccendere i riflettori su uno dei grandi scrittori del Novecento italiano finiti in penombra, baciati nel loro tempo dal successo e oggi scivolati ai margini del panorama letterario. Per il progetto su Berto l’editore Settecolori ha ricevuto, allo scorso Salone del Libro di Torino, il premio dedicato alla memoria di Ernesto Ferrero, scrittore e dirigente editoriale che del Salone è stato direttore per molti anni. Il mare da dove nascono i miti è una specie di antologia che scandisce l’appassionato rapporto di Giuseppe Berto con il sud d’Italia: la Calabria, patria d’elezione, ma anche la Basilicata e la Puglia, visitate a più riprese fino agli ultimi tormentati anni dello scrittore, stroncato da un tumore nel 1978, appena sessantatreenne. Un primo viaggio in treno, nel 1948, rivela a Berto un Meridione misero e retrivo, una “cosa arida e sacrificata” in cui perfino le città sembrano fuori dal tempo, prive di ogni attrattiva, ombrose e vagamente respingenti. Tutto è fermo al Medioevo, intrappolato nella dialettica tra aristocrazia e plebe, senza che mai si siano sviluppate una borghesia imprenditoriale e una classe operaia. Lo scrittore auspica una riforma agraria radicale, con tanto di esproprio senza indennizzo della “classe incapace e disonesta dei signorotti”. Quando, nel 1956, torna al sud per comprare il suo terreno di Capo Vaticano – a trecentomila lire, da un contadino che deve approntare la dote alla figlia -, Berto trova una situazione molto cambiata: la Cassa del Mezzogiorno ha innescato il più grande sviluppo dai tempi dell’insediamento dei coloni greci, “casette variopinte sono sorte un po’ dappertutto”, “le radure vengono dissodate dagli aratri meccanici”. S’affaccia anche il turismo, ma ancora mancano strutture e professionalità adeguate, e l’arrivo dei primi “stranieri” in cerca di seconda casa, come è lui, suscita per lo più invidia e diffidenza: pare impossibile che chi vive a Roma o a Milano possa spingersi fin laggiù “soltanto per amore di pace e di bellezza”. Passano altri dieci anni e, dopo il successo de Il male oscuro, il romanzo dell’io straniero a sé stesso, Berto torna a scrivere della Calabria. È scoppiato il turismo di massa, l’Autostrada del Sole ha steso il tappeto per orde di vacanzieri, la foga “industriale e la speculazione edilizia attentano alla bellezza: è allora che l’intellettuale sensibile al progresso ne vede anche il terribile risvolto. In linea con Pasolini e le proprie percezioni più profonde, Berto capisce che il vero fascino del Sud sta nella “contemperanza della povertà e del decoro”, in una civiltà semplice, una bellezza elementare che va a tutti i costi preservata. Sa che non è possibile, in fondo, e invita sé e i suoi simili, gli altri insofferenti “asceti”, a goderne gli ultimi scampoli e a tramandarne almeno la memoria.
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