Dieci pazienti trattati al Policlinico Vanvitelli di Napoli con una tecnologia a “caschetto” che promette una nuova qualità di vita
Sconfiggere il tremore senza impiantare elettrodi né ricorrere a interventi invasivi. Sembra fantascienza, e invece è già realtà. Al Policlinico universitario Vanvitelli, dieci persone affette da Parkinson e da tremore essenziale hanno beneficiato di una nuova tecnica che non si stenta a definire rivoluzionaria. Il merito è di una tecnologia all’avanguardia che utilizza gli ultrasuoni guidati dalla risonanza magnetica, una procedura che evita completamente il bisturi. Il Parkinson è una malattia neurodegenerativa complessa. Ma per anni, chi ne soffriva con tremori invalidanti e resistenti ai farmaci aveva solo un’opzione: convivere con il disturbo o sottoporsi a un intervento invasivo come la stimolazione cerebrale profonda, che richiede l’impianto di elettrodi nel cervello. Oggi, quella lista si allunga.
Napoli sfida i disturbi del movimento
Il Policlinico Vanvitelli è stata la prima struttura del Mezzogiorno a dotarsi di questa versione aggiornata della tecnologia. Un primato che colloca la Campania tra le poche regioni italiane capaci di offrire questo tipo di trattamento contro il Parkinson e il tremore essenziale. Otto dei dieci pazienti finora curati arrivano proprio dalla Campania, mentre gli altri due provengono da fuori regione. Alessandro Tessitore, presidente della Società italiana di Parkinson, spiega il valore dell’operazione ad Adn Kronos. I numeri parlano chiaro: tra i primi dieci trattati, quattro avevano una forma di Parkinson resistente ai farmaci, mentre sei soffrivano di tremore essenziale, una malattia per la quale finora non esistevano terapie realmente efficaci. Il risultato è stato una riduzione del tremore tra l’80 e il 100% con effetto immediato. In un solo caso la risposta è stata più contenuta, attestandosi tra il 40 e il 50%, ma comunque considerata clinicamente rilevante.
Il caschetto che ‘bombarda’ il cervello
Il paziente indossa una sorta di casco, all’interno del quale si trovano oltre mille sorgenti ultrasoniche. Il tutto avviene dentro uno scanner per risonanza magnetica. A quel punto, gli ultrasuoni vengono diretti verso un’area cerebrale piccolissima, quella responsabile dei disturbi del movimento. L’effetto è un ‘bombardamento’ controllato che disattiva la zona che genera il tremore. Il risultato è immediato e, secondo i primi dati, duraturo. Un aspetto interessante è la cosiddetta azione controlaterale. Come spiega Manlio Barbarisi, membro del team multidisciplinare: “Il bombardamento sull’emisfero cerebrale destro risolve il tremore a sinistra e viceversa”. Durante l’intervento, che dura dalle tre alle quattro ore, il paziente rimane sveglio. E questo non è un dettaglio secondario: la veglia consente ai medici di eseguire controlli in tempo reale e di verificare subito il beneficio motorio. Insomma, si vede il tremore scomparire mentre il paziente è ancora sul lettino della risonanza.
Quanto dura l’effetto
Uno dei dubbi più frequenti riguarda la durata di questi benefici. I dati di follow-up disponibili indicano che il controllo dei sintomi del Parkinson e del tremore essenziale rimane significativo anche dopo cinque anni. È vero, con il passare del tempo e la progressione naturale della malattia, può verificarsi una parziale ricomparsa del tremore. In quei casi, però, è possibile ripetere la procedura, dopo un’attenta valutazione clinica e radiologica. E c’è di più. Fino a poco tempo fa, questa tecnologia veniva considerata utile soprattutto per i tremori. Oggi, grazie all’evoluzione della tecnica e alla selezione di bersagli terapeutici differenziati, si stanno ottenendo benefici motori significativi anche in pazienti con forme di Parkinson prive di tremore, quelle caratterizzate invece da rigidità e rallentamento motorio prevalenti da un lato del corpo. Un’apertura importante, che amplia il raggio d’azione della terapia a ultrasuoni anche a chi finora aveva poche alternative quando i farmaci non bastavano più.
Il modello Campania
Dietro questo risultato c’è una strategia precisa. L’acquisizione dell’apparecchiatura è stata resa possibile dall’impiego di fondi regionali e dalla sinergia tra l’azienda ospedaliera universitaria e gli uffici competenti della Campania. La Regione è oggi l’unica del Mezzogiorno – e tra le poche a livello nazionale – in grado di offrire questo trattamento a tutti i pazienti selezionati. Il perché sta nel binomio vincente tra ricerca e assistenza. L’adozione di questa tecnologia apre, infatti, nuove prospettive di ricerca traslazionale e clinica, favorendo lo sviluppo di programmi scientifici avanzati sulle patologie neurodegenerative. Senza dimenticare il valore formativo: studenti, specializzandi e giovani ricercatori potranno contare su percorsi altamente qualificanti.
Chi può accedere al trattamento
Nonostante l’entusiasmo, resta un punto fermo: questa terapia a ultrasuoni per il Parkinson non è per tutti. L’accesso è riservato a soggetti selezionati attraverso un processo di screening molto rigoroso. Non tutti i pazienti con Parkinson, insomma, possono essere candidati. Servono condizioni cliniche specifiche, una resistenza documentata ai farmaci e l’assenza di controindicazioni legate alla struttura del cranio o ad altre patologie concomitanti. Proprio questa selettività, peraltro, garantisce l’elevata percentuale di successo registrata finora. Meglio pochi pazienti trattati bene, insomma, che molti con risultati incerti. E in un campo delicato come quello dei disturbi del movimento, la prudenza è d’obbligo.
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