Mentre nel mondo islamico prevale il sunnismo, il 92% degli iraniani è di fede sciita e attende il ritorno del Mahdi, il Messia
Quando si parla di Islam, il rischio di semplificare è sempre dietro l’angolo. In realtà, la religione fondata da Maometto nel VII secolo assomiglia più a un mosaico fatto di correnti teologiche, interpretazioni diverse e tradizioni che si sono intrecciate nei secoli con le culture locali. Al centro di questo mosaico c’è una distinzione fondamentale, quella tra sciiti e sunniti. Una divisione che oggi aiuta a spiegare non solo le dinamiche religiose, ma anche gli equilibri geopolitici di regioni calde come il Medio Oriente. E l’Iran sciita, in questo quadro, rappresenta l’eccezione più rilevante. Perché se è vero che nel mondo l’80% dei musulmani è di fede sunnita, qui, nove abitanti su dieci appartengono all’altra sponda dell’islam. Il paese dei persiani è infatti il cuore pulsante dello sciismo mondiale, e per capire cosa questo significhi bisogna fare un passo indietro.
La grande spaccatura dopo Maometto
Per comprendere le differenze tra sciiti e sunniti bisogna tornare al 632 dopo Cristo. L’anno in cui il Profeta muore senza lasciare eredi maschi. La comunità di credenti si trova davanti a un bivio: chi deve prendere il suo posto alla guida dei musulmani? La maggioranza sceglie Abu Bakr, compagno fidato del Profeta e suo suocero. Costoro diventeranno i sunniti, termine che richiama la “tradizione” del Profeta, coloro che ritengono di essere i depositari dell’ortodossia. Una minoranza però sostiene un altro candidato. Ritiene che la guida debba rimanere all’interno della famiglia del Profeta, e indica in Alì ibn Abi Talib l’erede legittimo. Alì era cugino e genero di Maometto, avendone sposato la figlia Fatima. Da qui il termine “sciiti”, che in arabo significa appunto “seguaci” o “partito di Alì”. Una spaccatura teologica e politica che non si ricomporrà mai più.
L’attesa del Messia
Se nel resto del mondo islamico prevale il sunnismo, l’Iran sciita rappresenta da secoli la roccaforte dello sciismo nella sua variante detta “imamita”. Per gli sciiti imamiti, dopo Alì la guida spirituale della comunità passa a una serie di discendenti, gli imam. Il dodicesimo di questi, Muhammad al-Mahdi, secondo la dottrina non è morto ma è scomparso misteriosamente nel IX secolo. È l’imam nascosto, il “Mahdi”, “il Ben Guidato”, vivo e nascosto per volontà divina, e che un giorno, alla fine dei tempi, farà ritorno per instaurare la giustizia nel mondo. Per i sunniti gli sciiti sono eretici proprio per questa e altre divergenze dottrinali e giuridiche. Un contrasto che nei secoli ha generato conflitti e diffidenze, e che oggi si riverbera negli equilibri tra potenze regionali, con l’Iran sciita da una parte e paesi come l’Arabia Saudita sunnita dall’altra.
Le altre fedi ammesse nella Repubblica Islamica
La prevalenza dello sciismo in Iran non cancella però la presenza di altre minoranze religiose. La Costituzione della Repubblica Islamica, nata dalla rivoluzione del 1979, riconosce formalmente i cosiddetti “culti monoteisti”. Oltre all’islam, vengono tutelati il cristianesimo e l’ebraismo. Comunità piccole ma storicamente radicate, che hanno seggi riservati in parlamento e una loro rappresentanza istituzionale. Ma c’è un’altra religione, forse la più antica tra quelle sopravvissute: lo zoroastrismo, nato in Persia tra l’XI e il VII secolo avanti Cristo sugli insegnamenti del profeta Zoroastro. I suoi seguaci venerano Ahura Mazda come divinità suprema e credono in una dualità fondamentale tra Bene e Male. La salvezza, insegnano, si ottiene attraverso le proprie scelte in questa vita. Una visione che ha influenzato anche altre tradizioni religiose e che sopravvive oggi in piccole comunità in Iran e in India, dove sono conosciuti come parsi.
Il peso geopolitico di una fede
In un mondo che guarda all’islam come a un fenomeno unitario, capire le differenze tra sciiti e sunniti è la chiave per interpretare notizie, conflitti e alleanze. E l’Iran sciita, con la sua identità religiosa e la sua storia millenaria, rimane il luogo dove questa diversità si manifesta nel modo più evidente e potente. Dalla Siria allo Yemen, passando per l’Iraq e il Libano, la presenza dell’Iran sciita come attore regionale si fonda proprio su questa base religiosa condivisa con altre comunità della cosiddetta “mezzaluna sciita”. Non è solo questione di dottrina, ma di relazioni internazionali, di equilibri strategici e di conflitti che spesso leggiamo sui giornali senza avere gli strumenti per interpretarli fino in fondo. Conoscere lo sciismo e comprendere il suo ruolo in Iran significa quindi acquisire una chiave di lettura indispensabile per orientarsi nel caos apparente del Medio Oriente contemporaneo. Una regione dove la fede continua a disegnare confini e a muovere eserciti.
(Credit foto: mahdi313 / Shutterstock.com)
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