Dalla portabilità dei dati alle cuffie compatibili con l’iPhone: cosa prevede il Digital Markets Act e perché Apple si oppone
Il Digital Markets Act entra nel vivo
Due anni fa, con poca attenzione pubblica ma conseguenze enormi per milioni di utenti, l’Unione europea ha messo in vigore il Digital Markets Act (DMA). Si tratta di una legge pensata per rompere le posizioni dominanti dei grandi operatori tecnologici, chiamati nel gergo normativo “gatekeeper”, cioè coloro che controllano l’accesso al mercato, e per garantire agli utenti finali una scelta più ampia.
Il 28 aprile scorso la Commissione europea ha pubblicato la prima revisione ufficiale del regolamento, tirando le somme di due anni di applicazione. Il giudizio è stato sostanzialmente positivo: secondo Bruxelles il DMA ha aperto nuove possibilità sia per le imprese sia per gli sviluppatori, ha restituito agli utenti un maggiore controllo sui propri dispositivi e ha moltiplicato l’accesso a prodotti digitali diversificati.
iPhone e Android: cambiare, senza perdere tutto
Tra le novità più concrete che arriveranno entro la fine di maggio 2026 c’è quella che molti utenti aspettano da anni: trasferire i propri dati da iPhone ad Android, o viceversa, senza trasformare l’operazione in un percorso a ostacoli.
Finora passare da un ecosistema all’altro significava rinunciare a una parte della propria storia digitale: contatti, messaggi, foto, dati delle app.
La nuova soluzione concordata tra Apple e Google nell’ambito del Digital Markets Act punta a rendere questo passaggio fluido, indipendentemente dal marchio del dispositivo acquistato. In pratica, quando si configura un nuovo smartphone, sarà possibile spostare tutto, inclusi i dati delle applicazioni di terze parti, senza dover restare vincolati allo stesso ecosistema per non perdere nulla. Uno sviluppo che interessa non solo i consumatori ma anche gli sviluppatori di app, che potranno fidelizzare i propri utenti anche quando questi decidono di cambiare telefono.
Apple dovrà “aprire” l’iPhone
Entro il primo giugno 2026 Apple sarà tenuta ad attuare anche un’altra serie di obblighi sanciti da una decisione della Commissione adottata nel marzo 2025 sull’interoperabilità dei dispositivi connessi.
In concreto, si tratta di tre interventi precisi. Il primo riguarda gli smartwatch di terze parti: chi indossa un orologio non Apple potrà ricevere sul polso le notifiche dell’iPhone e interagirci, una funzione fino ad oggi riservata agli utenti di Apple Watch. Il secondo abilita il cosiddetto pairing di prossimità: sarà possibile associare all’iPhone qualsiasi dispositivo compatibile (orologi, auricolari, altoparlanti) semplicemente avvicinandolo al telefono, esattamente come già avviene con i prodotti Apple. Il terzo riguarda le cuffie: chi usa cuffie di un marchio diverso da Apple potrà passare automaticamente a una chiamata sul proprio computer mentre sta ascoltando musica dall’iPhone, funzione oggi disponibile solo con gli AirPods. Si tratta, nell’insieme, di cambiamenti che “minano” una serie di vantaggi esclusivi costruiti negli anni da Apple attorno al proprio ecosistema.
Il nodo dell’intelligenza artificiale
La revisione del DMA ha identificato due aree prioritarie per il prossimo futuro: i servizi cloud e l’intelligenza artificiale. Su questo punto Apple non dissente dall’analisi della Commissione, ma teme che lo stesso approccio rigido già applicato all’interoperabilità venga esteso ai sistemi di AI.
Sviluppare intelligenza artificiale in modo coerente con la sicurezza degli utenti richiede un equilibrio delicato, che secondo l’azienda finora non si è visto nell’approccio europeo. Il rischio, nell’ottica di Apple, è che un’applicazione troppo forzata del regolamento finisca per aggravare problemi già esistenti: la sicurezza dei minori, la manipolazione dell’informazione, i contenuti generati automaticamente che circolano sui social media.
Il rischio di un’Europa isolata
C’è un ultimo scenario che preoccupa Apple: che il mercato europeo finisca per avere una versione dei suoi prodotti diversa, e peggiore, rispetto al resto del mondo. La ragione è che quando una legge impone vincoli tecnici molto specifici solo in un determinato territorio, le aziende hanno due strade: adeguarsi ovunque oppure creare una versione ad hoc solo per quel mercato. Apple teme di essere costretta a percorrere la seconda.
Il confronto con Giappone e Regno Unito serve a capire che alternative esistono. Entrambi i paesi hanno adottato normative simili al DMA per aprire il mercato digitale, ma lo hanno fatto cercando un dialogo più costruttivo con le aziende tecnologiche, bilanciando apertura del mercato e tutela degli utenti. L’approccio europeo, secondo Apple, è stato invece più rigido e conflittuale fin dall’inizio.
C’è un precedente che chiarisce bene la differenza. Il GDPR (il regolamento europeo sulla protezione dei dati personali), entrato in vigore nel 2018, ha finito per essere adottato come standard di fatto in tutto il mondo, perché i suoi principi erano condivisibili anche al di fuori dell’Europa. Apple stessa li ha fatti propri.
Eppure, con il DMA non sta andando così: le sue regole restano confinate al Vecchio Continente, e questo rischia di produrre un iPhone “europeo” con funzioni mancanti o limitate rispetto a quello venduto altrove.
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