Finiti anche i Mondiali inizia la lunga pausa estiva in attesa del nuovo campionato. La sindrome del tempo sospeso e come gestirla
Per un vero appassionato di calcio il tempo non si scandisce da gennaio a dicembre, ma da agosto a maggio. Giugno e luglio diventano una sorta di tempo sospeso, una lunga parentesi in cui il pallone si ferma e si aspetta solo che ricominci. A rendere l’attesa un po’ meno lunga ci pensano, in alcune estati, i tornei delle Nazionali, che fanno da ponte tra una stagione e l’altra. Ma quando finiscono anche quelli? Per molti si tratta solo di una leggera noia estiva, ma la psicologia dello sport suggerisce che l’assenza improvvisa del calcio possa essere percepita addirittura come una fonte di stress psicologico, soprattutto da chi vive il tifo come parte importante della propria routine e della propria identità sociale. Gli esperti parlano di una forma di astinenza da calcio, un termine che descrive il disagio emotivo e psicologico che molti appassionati provano quando le competizioni si fermano.
Quando il calcio si ferma
Uno studio condotto dai ricercatori Youngbum Kwon e Dae Hee Kwak, ha analizzato come la mancanza improvvisa di sport dal vivo possa generare stress percepito e attivare diverse strategie di adattamento negli appassionati. È emerso che la reazione emotiva varia significativamente in base ai tratti della personalità: i tifosi con livelli più alti di rabbia o predisposizione all’aggressività tendono a percepire il vuoto di partite come più stressante, reagendo con maggiore irritabilità. Chi vive il calcio soprattutto come momento di aggregazione, la birra con gli amici, il gruppo della curva, può avvertire più intensamente la mancanza delle occasioni di socializzazione legate alle partite.
Sopravvivere allo stadio vuoto
Secondo diversi studi, tra cui uno recente di Stephen Warren, per gestire questo disagio molte persone mettono in atto strategie di adattamento, focalizzate sulle emozioni o sul disimpegno. Cercando anche di compensare la mancanza di eventi sportivi dedicandosi ad altri passatempi. Queste strategie rappresentano un tentativo di gestire quella che per molti è una vera e propria astinenza da calcio, un periodo in cui il cervello, abituato a ricevere dosi regolari di adrenalina e dopamina, si trova improvvisamente a dover fare i conti con un vuoto neurochimico che chiede di essere colmato. La ricerca dimostra in pratica che l’astinenza da calcio non è una semplice metafora, ma una condizione psicologica che può avere effetti concreti sull’umore e sul benessere quotidiano del tifoso.
L’identità sociale del tifoso
Il calcio non è semplicemente uno spettacolo di novanta minuti: per molti tifosi rappresenta anche un importante elemento della propria identità sociale. Quando le competizioni si fermano, la sensazione di smarrimento può derivare dall’interruzione temporanea di rituali condivisi e occasioni di incontro con il proprio gruppo di riferimento. Non è la partita in sé che manca, ma tutto ciò che le ruota attorno: i preparativi pre-gara, le discussioni tattiche, i cori allo stadio, i commenti a caldo con gli amici, le analisi post-partita che si trascinano fino a tarda notte.
Quell’insostenibile bisogno di connessione
Diversi studi sulla motivazione dei tifosi suggeriscono che la pausa dalle competizioni possa ridurre temporaneamente la soddisfazione del bisogno di connessione sociale. Spingendo molte persone a cercare modalità alternative per mantenere vivo il senso di appartenenza alla comunità sportiva. È proprio qui che l’astinenza da calcio si fa più evidente. La ricerca sulla psicologia del tifo evidenzia alcuni comportamenti ricorrenti. Il primo è il rifugio nella memoria. In pratica quel fenomeno che gli psicologi identificano con la tendenza a rafforzare la propria identità associandosi ai successi della squadra del cuore. In assenza di eventi dal vivo, molti tifosi riguardano vecchi video, sintesi di partite storiche o rivivono grandi vittorie del passato, come a voler ricaricare le batterie emotive in attesa che il circo ricominci.
La terapia del calciomercato
Il secondo comportamento è il calciomercato, che diventa una sorta di continuità narrativa. Seguire con attenzione trattative, indiscrezioni e presentazioni dei nuovi acquisti permette a molti tifosi di mantenere vivo il coinvolgimento con la propria squadra. Colmando così un vuoto anche in assenza delle partite. Non vi sono prove che il calciomercato rappresenti un vero e proprio regolatore emotivo. Eppure può comunque contribuire ad alimentare aspettative, discussioni e senso di appartenenza durante la pausa estiva. I social media diventano il terreno fertile dove l’astinenza da calcio trova il suo contrappeso, trasformando ogni indiscrezione in un evento e ogni acquisto in una promessa di riscatto.
Il calcio filo rosso dell’esistenza
L’astinenza forzata dal calcio coinvolge da un lato la componente biologica. Il cervello si abitua a ricevere stimoli regolari e, quando questi vengono a mancare, scatta un meccanismo di ricerca che può generare ansia e irritabilità. Dall’altro, c’è una componente sociale: il calcio è uno dei pochi ambiti in cui gli individui possono esprimere appartenenza e identità in modo così viscerale e collettivo. La sua assenza lascia un vuoto di connessione umana e i tifosi sviluppano strategie ‘di sopravvivenza’. Dalla ricerca di contenuti alternativi, come podcast e canali YouTube dedicati, alla partecipazione attiva a forum e gruppi social dove discutere di calcio. Altri si rifugiano nei videogames, mantenendo vivo il legame con lo sport attraverso simulazioni e competizioni virtuali. C’è poi chi trasforma l’attesa in un’opportunità per approfondire la storia della propria squadra o per scoprire nuovi campionati e nuove realtà calcistiche. Non si può certo affermare che l’astinenza da calcio sia un’esagerazione.
Credit foto: aishwarya young/Shutterstock.com
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